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DONNE E TAMBURI: IMPLICAZIONI TERAPEUTICHE, SPIRITUALI E POLITICHE

ARTICOLO DI MORENA LUCIANI RUSSO

PARTE I

Tra le svariate arti femminili dell’antichità va annoverato l’uso del tamburo, che come ben testimonia la vasta letteratura etnografica è, insieme ai sonagli e ai campanelli, uno dei fondamentali strumenti utilizzati da donne e uomini per accedere agli stati sciamanici di conoscenza.

Il tamburo sciamanico per eccellenza è a cornice, con la pelle su uno o entrambi i lati.  Il suono prodotto da questo strumento permette di comunicare con gli spiriti alleati e di viaggiare attraverso i mondi invisibili. È come un’ancora di salvezza che la/o sciamana/o utilizza per compiere il viaggio di ritorno nel suo corpo e/o per uscire dallo stato di trance (1).

Sciamana della regione siberiana di Krasnojarsk, 1780

Dal punto di vista scientifico il suono del tamburo segna un incremento delle onde cerebrali Alfa e Theta. Le prime sono  le frequenze in cui si attivano maggiormente i collegamenti tra i due emisferi e si giunge a stati di benessere e rilassamento , le seconde sono responsabili di modificare la coscienza ordinaria verso immagini di tipo ipnagogico, estatico, facilitando stati di grande creatività. Il tamburo ha quindi un grande impatto sul cervello degli esseri umani e non è un caso che abbia un ruolo prioritario nelle cerimonie sciamaniche.

Oggigiorno nei nostri paesi occidentali si parla molto di mindfullness e di altri tipi di meditazione come risposta a stati di stress ed ansia, ma quasi mai si accenna agli effetti terapeutici della pratica  del tamburo, in particolar modo quella collettiva.

Negli anni ’80 dello scorso secolo, Sandra Harner e Warren Tyron, in  seguito ad un esperimento di shamanic drumming, hanno riportato che dopo mezz’ora di pratica, le persone sottoposte al test, testimoniavano un considerevole aumento dei tassi di immunoglobuline parallelamente all’aumento di tranquillità e di equilibrio fisico e mentale, sensazioni di accresciuta forza, soddisfazione e autostima.

Una decina di anni dopo, il neurologo Barry Bittman pubblicò una ricerca in cui dimostrava che l’uso del tamburo di gruppo, non agiva solamente sul piano psicologico, ma era in grado di aumentare le risposte immunitarie dei/lle partecipanti, ma soprattutto l’attività delle  cosiddette cellule natural killer, quelle che all’interno del nostro corpo ricercano e distruggono le cellule cancerose o infette da virus.

Anche la ricerca dello psicoterapeuta Robert L. Friedman porta nella medesima direzione : l’uso del tamburo induce miglioramenti decisivi in pazienti affetti da malattia di Alzheimer, Autismo, Morbo di Parkinson e svariate malattie autoimmuni.

Fin dai tempi più lontani il tamburo è stato utilizzato per scopi rituali e terapeutici, in particolar modo dalle donne. Nella società attuale questo può apparire inusuale, le percussioni sembrerebbero utilizzate maggiormente dagli uomini, ma è interessante notare che i primi tamburi a cornice di cui abbiamo testimonianza risalgono a una pittura rupestre di Çatal Hüyük, insediamento neolitico matriarcale ( 5600 a.C.)in cui, come dimostrato dalla ricerca archeo-mitologica, si celebrava la dea in particolare come Signora della Vita, della Morte e degli Animali e le donne avevano un ruolo molto importante nella vita rituale e religiosa.

Layne Redmond, percussionista e studiosa dell’uso del tamburo da parte delle donne nell’antichità afferma che:

la musica ritmica sembra essere stata particolarmente importante nei riti associati alle antiche dee. Scene di gruppi di donne musiciste, cantanti e danzatrici appaiono nelle più antiche rappresentazioni di rituali religiosi. Il tamburo a cornice era il centro musicale e psichico di questi rituali.  Dall’Egitto alla Valle dell’Indo, da Cipro a Creta, come dalla Grecia a Roma, sacerdotesse e altre donne ufficianti utilizzavano il tamburo a cornice per celebrare le loro dee e l’infinita energia ritmica della vita (REDMOND 1997)

È importante sapere che anche il primo suonatore di tamburo di cui si parla nella storia è donna. Visse nel 2380 a.C. e il suo nome era Lipushiau, nipote del re Naram Sim e alta sacerdotessa del tempio della luna di Ur.La cultura sumera produsse inoltre numerose statuine raffiguranti donne e dee che reggono tamburi tra le mani. Secondo il celebre storico della musica Walter Wiora queste prime testimonianze del mondo sumero sono proprio la derivazione di una precedente tradizione neolitica.

L’uso del tamburo da parte delle donne è stato riscontrato anche nell’Antico Egitto. Nel complesso templare di Dendera, costruito  in onore della dea Hathor, esisteva un luogo chiamato mammisi, una sorta di santuario di nascita dove le donne si recavano per partorire. Su una parete dell’edificio sono raffigurate trentadue sacerdotesse che suonano il tamburo a cornice e sul lato opposto altre ventinove che stringono tra le mani lo scettro e il sistro, versione egiziana del sonaglio.

Mammisi, Tempio di Dendera

Secondo la Redmond  le donne conoscevano alcuni ritmi che favorivano le contrazioni uterine e il tamburo accompagnava e proteggeva il passaggio alla vita.

Parallelamente tutta l’area mediterranea presenta reperti, statuine e bassorilievi che raffigurano suonatrici di tamburo. In particolare emerge la rappresentazione della dea Cibele, l’antica dea anatolica, diretta discendente della Signora degli animali di Çatal Hüyük. Il culto di Cibele venne assorbito prima dai Greci e poi dai Romani e il fatto che fosse generalmente ritratta con in mano il tamburello faceva riferimento alle funzioni oracolari che svolgevano le sue sacerdotesse e in epoca più tardiva i suoi sacerdoti eunuchi.

 

Scultura romana in bronzo della dea Cibele

Sempre in area mediterranea le donne utilizzavano il tamburo anche per accompagnare i riti funerari, si credeva che il suo battito accelerasse il passaggio dei morenti e affrettasse la loro rinascita. Questa credenza trovava una corrispondenza nella vita naturale: le nostre antenate  si erano accorte che la forza vibrazionale del tamburo aiutava la germinazione dei semi posti nella terra e potenziava la crescita della vegetazione, perché non quella delle anime dei loro cari allora?

Secondo la Redmond i tamburi hanno la forma della luna la quale, come noto, è l’elemento che scandisce il ritmo della vita sulla terra. Tenendo conto che questa profonda relazione tra la donna, la luna e il tempo era già testimoniata dai calendari in osso paleolitici, non c’è da stupirsi che laddove questa venisse onorata e rispettata vi fossero donne suonatrici di tamburo.

Nel momento in cui i popoli proto-indo-europei invasero i territori dell’Antica Europa balcanica e mediterranea (GIMBUTAS 2008), questa corrispondenza sacra si perse,  le donne furono allontanate dalle loro funzioni politiche e  rituali e quindi l’arte del tamburo rimase nelle mani dei soli sacerdoti maschi.  Inoltre, sempre in questo periodo, il tamburo cominciò a essere usato durante le parate militari.

In Europa, la Chiesa proibì le danze e i canti rituali delle donne in un Concilio dell’826, ma nel XIII secolo si spinse ben oltre bandendo le donne che danzavano e suonavano per i morti e vietando loro la partecipazione ai funerali.

Il cristianesimo fu il maggiore responsabile dell’anatema imposto sui tamburi nell’ area mediterranea.

L’etnomusicologo Paolo Pacciolla sostiene che:

Il tamburo era al centro dei rituali pre-cristiani, bandire il tamburo era come togliere l’altare agli antichi culti. Un processo analogo  è avvenuto nel mondo islamico e nella musica colta, dove il tamburo svolge una funzione fondamentalmente metrica (PACCIOLLA 2008).

Una simile espropriazione è avvenuta in Cina, dove le Wu, sciamane che invocavano la pioggia sulle montagne brandendo serpenti tra le mani  e utilizzavano il tamburo come principale mezzo di guarigione e divinazione, furono allontanate dalle loro funzioni rituali quando, intorno al 100 a.C il Confucianesimo rovesciò il sistema matrifocale.

Sarà una coincidenza che tutte queste religioni collegate a sistemi sociali  patriarcali abbiano  bandito i tamburi e imbavagliato il potere spirituale femminile?

FINE PRIMA PARTE

 Testo © Morena Luciani Russo.

Ai sensi della legge legge 248/00 il presente materiale può essere utilizzato solo citando l’autrice e la fonte.

(1) Personalmente preferisco il termine Stati Sciamanici di Conoscenza al termine riduttivo “trance”. Cit.  Pratt 2007.(Maggiori dettagli nel mio testo “Donne Sciamane”).

BIBLIOGRAFIA

Belli Remo, “Interview with  Dr. Barry Bittman”

Gimbutas M. Il Linguaggio della Dea, Venexia ed., Roma 2008

Luciani M., Donne Sciamane. Venexia ed., Roma 2012.

Tedoldi D., L’Albero della Musica, Anima ed., Milano 2006.

Maxfield M., “The Journey of the Drum”, in Re-vision 16, n. 4,

1994, pp. 157-163 e Neher A., “A Physiological Explanation of Unusual

Behaviour in Ceremonies Involving Drums”, in Human Biology 6, 1962, 151-160.

Pacciolla P. e Spagna A.L., La gioia e il potere. Musica e danza in India, Besa, Nardò 2008.

Pratt C., An Encyclopedia of Shamanism, The Rosen Publishing Group, New York 2007.

Redmond L., When the Drummers Were Women. A Spiritual History of Rhythm, Three Rivers Press, New York 1997, p. 10.

Wiora W., The Four Ages of Music, W.W. Norton, University of Michigan, 1965.

Eisinger Dale, “Not Just for Music, Drum is Therapy too.

Il dono del pane e lo sciamanesimo femminile

Intervento di Morena Luciani Russo al convegno internazionale “LE RADICI MATERNE DEL DONO”, atti del convegno pubblicati da Vanda Ed. 2016.

 

Chi non ha visto chiesa adora i forni.

Detto sardo

 

Panificatrici sarde (fonte: aa.vv. 2005)

 

Affrontare il tema del dono dal punto di vista della spiritualità è importante e necessario perché, come si evince dalle ricerche con cui ci stiamo confrontando, le società matriarcali, che hanno la caratteristica di fondarsi su un’economia del dono e su un’equa distribuzione dei beni, sono anche caratterizzate da una profonda attitudine spirituale che permea ogni aspetto della vita, una spiritualità orientata alla terra e ai suoi cicli naturali, dove tutto ha origine da una concezione del sacro al femminile (Heide Goettner-Abendroth 2012).

Dal mio punto di vista di studiosa e praticante dello sciamanesimo, ritengo che il dono sia un concetto cardine delle pratiche sciamaniche delle donne, un concetto che è bene rispolverare per capire quale fosse lo spirito che animava e tuttora anima tali espressioni del femminile. Per troppi anni queste funzioni fondamentali non sono state riconosciute né narrate dai vari studiosi, perlopiù uomini, di antropologia e di storia delle religioni, i quali ci hanno trasmesso un’idea di sciamanesimo accordata al neutro maschile che poco ha a che vedere con il significato originario[1].

Cercando di sintetizzare, possiamo affermare che la visione maschile dello sciamanesimo ha messo in evidenza le doti fantasmagoriche degli sciamani, le personalità ego-centrate ed eccentriche, il ruolo sociale e politico e, nella versione moderna, il percorso spirituale di guarigione come crescita personale individuale.

In questo quadro, nell’accezione positiva le donne emergono spesso come guaritrici e abili artigiane, in quella negativa come megere, streghe, ossesse e incantatrici. Ma mi soffermo sulle caratteristiche femminili “positive”, che ne abbiamo bisogno!

Ciò che è stato definito “artigianato”, escluso dalla sfera dell’arte, poiché spesso aveva scopi di utilizzo nella vita di tutti i giorni, definiva semplicemente la visione ciclica matriarcale, dove la dimensione sacra e quella quotidiana sfumano l’una nell’altra.

Il cucito, il ricamo, la decorazione di oggetti o dei muri della casa e prima ancora delle grotte, la preparazione del cibo, l’intreccio di vegetali per confezionare cesti, sono la testimonianza dei processi di trasformazione che le donne di tutto il mondo sapevano compiere con le loro mani e il loro corpo e che in alcuni momenti di passaggio – la nascita, il diventare adulti, la morte, il matrimonio o in altri legati al calendario sacro annuale – assumevano ancora di più una connotazione rituale.

Antropologi e antropologhe si sono spesso dibattuti sul significato e il senso dei rituali, ma come al solito la nostra conoscenza occidentale è sempre il frutto di una frammentazione. C’è chi ha sostenuto come primaria la funzione sociale dei rituali, chi quella religiosa, chi quella religiosa come stadio iniziale per supportare la funzione sociale rinsaldante all’interno della comunità o chi, come De Martino, riconosceva il rito come la risposta umana al mistero e alla grandezza della natura, ma nel senso di un bisogno di controllo della stessa, per evitare di sentirsi sopraffatti.

Come dicevo, questi sono punti di vista maschili, molto patriarcali. Credo che quasi nessuno si sia mai chiesto che cosa fossero e siano le cerimonie rituali gestite dalle donne o che cosa facciano le donne durante questi momenti. Principalmente e primariamente le donne preparano delle offerte, ma nei millenni in cui gli uomini hanno avuto il ruolo di capi politici e spirituali non se ne è compreso il significato. L’offerta è rimasta, per così dire, marginale, periferica rispetto ad altri aspetti del rituale, magari più performativi. E le offerte sono chiaramente dei doni. Ma i doni, le offerte, i rituali non si comprendono se si rimane in una visione lineare, mentre le culture indigene e contadine, rimaste più vicine alla concezione ciclica della natura, hanno mantenuto il significato più originario del rituale inteso come dono. Dal punto di vista sciamanico femminile i rituali sono azioni che mirano a ristabilire un equilibrio tra tutti i livelli dell’esistenza: fisico, psicofisico, sociale, politico e spirituale. Flavio Pinto, amico e studioso di scritture antiche, mi ha fatto notare che, andando oltre l’etimologia greca e latina e rifacendoci al sanscrito, in quanto arcaica lingua indoeuropea, possiamo scoprire cose molte interessanti sul significato di alcune parole. Ho quindi messo a fuoco che la radice rta contenuta nella parola rituale ha numerosi significati, tra i quali mi sembra interessante evidenziare i sostantivi salute, azione sacra, regola e gli aggettivi onorato, rispettato.

I rituali servono a mettere “or/dine”, e già nella parola ordine troviamo, per assonanza, anche la parola dono, che in sanscrito è dana o dhana, la cosa di valore, ciò che ho di prezioso, l’offerta. Nel rituale offro una cosa preziosa, dunque possiamo dire che il rituale si fonda sul dono.

C’è però un altro passaggio da fare, perché nell’ottica occidentale questo tipo di dono aveva un fine utilitaristico, per cui è stato banalizzato nel concetto di scambio. Noi prepariamo un rituale per raggiungere un certo obiettivo, per ottenere ciò che desideriamo, e in effetti dopo un rituale si riceve realmente qualcosa, ma non è quello lo scopo per il quale lo si fa. Il rituale non è scambio. In un’ottica ciclica-matriarcale è primariamente dono, ringraziamento, celebrazione.

Forni neolitici (Fonte, M. Gimbutas, Il Linguaggio dell Dea)

Da sempre le donne hanno utilizzato le proprie doti creative e spirituali per creare doni speciali per la Datrice di Vita Cosmica e celebrare i cicli della natura, e tra questi doni speciali ne spicca uno in particolare che possiede un grande significato per l’area europea e mediterranea, quello della panificazione rituale. Il pane è stato al centro delle cerimonie femminili sin dal neolitico, tanto che Marija Gimbutas (2008) evidenzia la presenza di forni per il pane in buona parte dei templi alla dea dell’antica Europa. Le pagnotte avevano spesso la forma di parti del corpo della Signora della Vita, come natiche, vulva e seni, ed erano decorate con gli antichi simboli di vita e rigenerazione, come possiamo osservare dalle immagini nei libri della studiosa. Gli stessi forni in cui si cuoceva il pane erano antropomorfizzati e mettono in evidenza occhi e bocca, in alcuni casi ricalcano la forma di un ventre gravido da cui emerge addirittura una protuberanza che ricorda il cordone ombelicale.

Come ricorda Kathy Jones (2013), il pane rappresentava il processo sacro di trasformazione della Signora del Grano, la Dispensatrice di Vita, per questo era inserito all’interno dei templi.

La radice sanscrita pan mostra tra i vari significati anche quello di onore, essere degno di ammirazione, quindi possiamo affermare che ciò che sostiene la vita è degno di ammirazione, prezioso, è il dono per eccellenza; questo è uno dei motivi per i quali si è data tanta attenzione al pane.

Sappiamo che la visione ciclica della natura come fanciulla primaverile, madre del raccolto e nutrice e vecchia rigeneratrice fluì nel mondo ellenico attraverso le figure di Persefone, Demetra ed Ecate, e che il pane rituale era il punto focale dei famosi Misteri Eleusini che ogni anno si svolgevano in loro onore in autunno.

Vi ho portato fino a Demetra e Persefone perché nella mia ricerca ho trovato alcuni rituali che si svolgono ancora in Italia e che sono probabilmente intrecciati con quell’antica diade cosmica. Vi racconterò del modo in cui le donne preparano e svolgono queste feste sacre, perché ci danno maggiormente l’idea di come all’interno di una comunità agisce la spiritualità del dono.

La prima festa si svolge a Goriano Sicoli, in Abruzzo, una festa antichissima sincretizzata poi nel culto cristiano di santa Gemma, che vede protagoniste una giovane ragazza e una commare, termine dialettale che indica una donna matura. La ricorrenza si svolge tre volte all’anno, con la celebrazione più importante a maggio, nel cuore della primavera, e di cui abbiamo testimonianza grazie al prezioso lavoro di Paola Di Giannantonio.

La festa viene gestita ogni anno da una coppia diversa di sposi che organizzano i preparativi durante tutto l’anno, coinvolgendo l’intero paese. Questo passaggio, in passato, aveva anche un significato di ridistribuzione dei beni, poiché si cercava di favorire le famiglie più povere, garantendo loro viveri e risorse per far fronte allo squilibrio economico.

Alla coppia, definiti come il procuratore e la procuratrice, vengono affidate le chiavi della Casa di Santa Gemma, il luogo sacro dove avverrà la panificazione e si raccoglieranno durante l’anno tutti gli elementi necessari allo svolgimento del rito. La procuratrice e il procuratore si spartiscono i compiti di raccolta del grano, del mosto, delle uova, delle offerte in denaro ecc. La cosa meravigliosa è che ogni famiglia offre ciascun elemento secondo le proprie possibilità, quindi il grano di ognuno viene raccolto e conservato nella casa insieme ai mosti, che vengono mescolati e messi nelle botti in cui diventeranno vino.

Le donne si ritrovano la notte del 30 aprile[2] per ammassare il pane presso la Casa di Santa Gemma. La procuratrice ha il compito di precedere il gruppo accendendo il fuoco, che dovrà tenere acceso per i tre giorni e le tre notti della preparazione rituale. È importante notare che la custodia del fuoco è un tipico elemento sciamanico femminile.

La panificazione parte con il rinfresco della “madre”, il lievito naturale; in passato anche questo era il frutto della mescolanza dei lieviti di tutte le famiglie. Le donne lavorano su una lunga tavolata, impastando i filoni e passandoseli uno per volta, in modo che ogni pagnotta tocchi le mani di ognuna. I filoni vengono decorati con tre tagli equidistanti e le iniziali di santa Gemma (S e G), dopodiché in passato le donne si occupavano di infornare il pane e di riportarlo alla Casa, mentre oggi il compito di trasportare il pane al forno viene lasciato agli uomini, anche se tuttora essi non possono entrare nella Casa durante il rito e aspettano che siano le donne a consegnare loro le pagnotte sull’uscio.

Le donne del paese si danno il cambio lavorando ininterrottamente per tre giorni e tre notti e, una volta cotto, tutto il pane viene sistemato in una stanza secondo una particolare disposizione. Qui rimarrà fino all’11 maggio, il giorno tanto atteso della festa, quando le madri posizioneranno i cestini ritualmente decorati sulla testa delle giovani e li riempiranno con le pagnotte. L’usanza prevede che le ragazze giovani non siano autorizzate a entrare nella stanza, a loro spetta il compito di distribuire il pane sacro a tutto il paese e a chi si unisce alla festa.

Panificazione di S.Gemma(fonte: Di Giannantonio 2005)

 

Camminata col cero (fonte: Di Giannantonio 2005).

 Questo pane non ammuffisce, viene baciato alla consegna, conservato in casa e mangiato durante il corso dell’anno con devozione. Il clou della cerimonia religiosa è l’incontro tra la giovane ragazza che rappresenta la santa, la quale giunge a piedi dal paese vicino portando un grosso cero e incontra la commare nella Casa. E a cosa ci riconduce questa azione rituale se non al mito di Demetra che ritrova Persefone!

 

Scendendo un po’ più in basso, in Campania, a Castelvetere sul Calore, in provincia di Avellino, il 28 aprile si celebra una festa dedicata alla Madonna delle Grazie. Nelle tre settimane precedenti tutte le donne del paese impastano e infornano un pane a forma di piccola ciambella, chiamato tortano.

Queste ciambelline andranno a costituire un enorme altare alla Madonna: si stima una preparazione di circa 45.000 tortani che si appoggiano l’uno sull’altro fino a formare una meravigliosa e consistente struttura.

Il pane viene impastato ritmicamente da gruppi di donne in grandi madie di legno con un movimento molto simile a una danza; la farina viene donata dalle famiglie dell’intero paese, e durante la lunga preparazione le “nutrici” intonano continui canti (pensate quanta energia collettiva è stata raccolta in questi pani!). L’ultimo giorno di panificazione, il 25 aprile, ogni partecipante al rituale si lava il viso e le mani con la stessa acqua in un’unica bacinella.

Le protagoniste della cerimonia sono un gruppo di bambine che avranno il ruolo di dispensatrici, cioè anche qui, come nel caso precedente, nel giorno sacro distribuiranno il pane a tutto il paese.

Bambina vestita ritualmente per la Festa del Tortano, dedicata alla Madonna delle Grazie (fonte: sito web del comune di Castelvetere sul Calore).

Nei giorni precedenti il rito, le famiglie delle dispensatrici raccolgono l’oro di parenti, amiche e amici, come bracciali, collane, ciondoli, e catalogano ogni pezzo in modo da poterlo restituire dopo la festa; tutti i gioielli vengono cuciti sulle vesti delle bimbe fino a formare un vero e proprio corpetto. Personalmente trovo molto bella questa celebrazione della bambina come veicolo del sacro, il cui compito è quello di portare benedizioni alla comunità, mi ricorda la “dimenticata” dea bambina di cui parla Mario Bolognese[3].

Il tortano è sacro e protettivo, viene mangiato ma anche appeso in casa, nei locali pubblici e addirittura, nella versione più piccola e moderna, in automobile.

Altare di pane (fonte: sito del comune di Castelvetere sul Calore).

 Produzioni simili di pani rituali le ritroviamo in diverse zone del Sud Italia, come Puglia e Sicilia, tuttavia dedicherò quest’ultima parte a una produzione davvero speciale, quella sarda.

Su di essa è stato pubblicato un eccelso catalogo (aa.vv. 2005) in cui possiamo osservare due donne con meravigliosi abiti cerimoniali intente a infornare un pane decorato con uccelli e forme naturali. Anche in Sardegna il pane era impastato, decorato e infornato dalle donne.

Il pane rituale è talmente importante in questa terra che è considerato una delle arti sarde per eccellenza. E in effetti ne esistono davvero forme molteplici per tutte le ricorrenze importanti, come la festa dei morti, i matrimoni, ma anche per gli incantesimi, addirittura ci sono pani giocattolo per bambine e bambini.

Donne pronte per la processione dei pani di Lei (fonte: www.sardegnadigitallibrary.it)

Tra i pani più elaborati ci sono le forme denominate Sa Coccoi, che le donne del paese di Lei, in provincia di Nuoro, preparano in piccoli gruppi tra il 24 e il 25 aprile e offrono per la festa di san Marco in un piccolo santuario nella natura. Ne fanno di forati al centro oppure di più piccoli pieni offerti in piccoli canestri. Sono davvero gorgoglianti di vita, di nidi di uccelli, fiori, foglie e frutti. Alcuni vengono messi uno sull’altro, incartati e decorati con nastri, e le donne li portano su bastoni durante tutta la processione.

Un’altra usanza prevede la creazione di pani decisamente vulvari, che vengono donati dalla donna al suo futuro sposo, denominati Is Pillosas.

Is Pillosas (fonte: aa.vv. 2005).

 

L’importante studio di Salvatore Dedòla (2008) mostra come il sardo sia molto più affine all’accadico pre-indoeuropeo che al latino; secondo il glottologo Pillosa deriverebbe dall’accadico Pell-usu, traducibile in “uovo di oca”. Credo che tutto questo faccia ripensare all’uovo cosmogonico, simbolo della Madre della Vita, di cui parlava Marija Gimbutas, che troverebbe un’effettiva corrispondenza nella forma vulvare.

Altre pagnotte hanno la forma di seni e ne esiste uno in particolare che raffigura una figura femminile con molte mammelle, simile all’Artemide Efesina; questi pani venivano confezionati e dati alle bambine (Dedòla 2008).

 

Pizzinna, scultura di pane simile all’Artemide Efesina (fonte: aa.vv. 2005).

 

Rimanendo in un’ottica di celebrazione della vita, anche la sposa in Sardegna riceve il suo pane, questa volta in forma fallica, consumandolo il giorno stesso della cerimonia.

Tra le varie forme rituali prodotte dalle donne vi è un altro importante pane, la Pippia de Caresima, una sorta di bambola-calendario a cui si stacca ogni settimana una gamba per contare i giorni che separano dalla Pasqua.

Inoltre, sempre attraverso le ricerche di Dedòla, siamo a conoscenza di una pane forato, una sorta di ciambella ellittica denominata Sa Forrottula, che seguendo la revisione linguistica deriverebbe dall’accadico Burrutu con l’aggiunta dell’aggettivale sardo la, con il significato finale di “servitrici del tempio”: sembra infatti che questo fosse il pane delle sacerdotesse che praticavano la prostituzione sacra; a tal proposito, si stima che in Sardegna ci fossero oltre 17 siti dedicati a queste pratiche. Prostituzione sacra o sessualità sacra? Non è un discorso che possiamo fare qui oggi, ma è molto facile che facciamo riferimento al termine prostituzione perché interpretiamo attraverso le nostre categorie di pensiero e non quelle dei popoli antichi.

Cocone e’ Frores (fonte: aa.vv. 2005).

Come ultimo esempio di dono rituale vorrei mostrarvi la meravigliosa composizione che le donne di Fonni, in provincia di Nuoro, eseguono per la Festa di San Giovanni il 24 giugno. Si chiama Cocone e’ Frores, traducibile in “dolce[5] a forma di tempio elevato e cotto al forno”.

È una struttura alta sei, sette metri composta da circa 250 colombi e gallinelle che viene trasportata durante la processione di san Giovanni e mangiata e distribuita alla comunità a fine agosto.

Questo excursus per dimostrare quante ore e quanto impegno le donne hanno dedicato all’arte rituale, in questo caso il pane, ma potremmo citare tantissimi altri esempi in ogni parte del mondo, e quanto l’aspetto creativo del dono rituale possa permettere alle donne di vivere e di far ri-vivere la dimensione sciamanica dell’esistenza e di metterla al servizio di una nuova società.

 

 

 

 

 

GUARDA IL VIDEO DEL CONVEGNO. Dal minuto 40:00 c’è la sezione dedicata alla spiritualità con Morena Luciani Russo, Vicki Noble, Letecia Layson e Camilla 

Bibliografia

aa.vv. (2005), Pani. Tradizione e Prospettive della Panificazione in Sardegna, Ilisso Edizioni.

Dedòla S. (2008), I Pani della Sardegna, Grafica del Parteolla.

Di Giannantonio P. (2005), Demetra per sempre. La festa delle donne a Goriano Sicoli. Culti alternativi agrari nella Valle Subequana e nella Valle Peligna, Margaret Fuller Edizioni.

Gimbutas M. (2008), Il linguaggio della Dea, Venexia.

Goettner-Abendroth H. (2012), Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo, Venexia.

Jones K. (2013), La Dea nell’antica Britannia, Psiche 2.

Luciani M. (2012), Donne sciamane, Venexia.

[1] Per una più accurata definizione di questo passaggio rimando al mio testo, Donne sciamane (2012).

[2] Evidenziamo che si tratta di una notte del calendario sacro antico, la veglia del Primo Maggio.

[3] Mario Bolognese è scrittore, poeta e formatore, esperto in educazione gilanica. Nei suoi libri mette in luce l’importanza della dea bambina, cancellata dalla cultura patriarcale.

[5] Dolce, perché si tratta di un pane dolce.

Una Cerimonia per Madre Terra, Articolo di Morena Luciani Russo

Risvegliare la forza dell’Orsa e rimettere radici nella Terra


© Anna Lami Photografia
© Anna Lami Photografia

Lo scorso 18 marzo 2016, in occasione del convegno “Culture Indigene di Pace. I Sentieri della Terra”, abbiamo preparato una grande festa per celebrare la Madre della Vita e l’Equinozio di Primavera. In questi anni ho direzionato il mio lavoro verso l’ espressione del femminile in forma animale e dell’ energia sciamanica custodita nei nostri corpi di donne, che ci vede sorelle e figlie di tutte le creature della Terra. Orse, serpentesse, volpi, poiane e civette, tigri  o piccole api ronzanti, la Signora della Vita è in  ciclica  trasformazione, assume le forme più disparate e noi impariamo a fluire con lei, a seconda della necessità del momento e del luogo.

In questo caso la cerimonia era dedicata all’Orsa, la più antica e amata rappresentazione della Natura Selvaggia del nostro emisfero, Signora della Montagna, delle Foreste, delle Grotte e delle Stelle.

Jelly Chiaradia, © Anna Lami Photografia

Chi più di lei è stata violata e dimenticata ?

Il rituale cominciava con la sua morte, nel monologo dell’attrice Jelly Chiaradia e  il bastone che la raffigurava cadeva similmente a come cadde il patto tra noi e colei che ci diede la vita nella sua spirale. E così

 [..]Muore la terra

Ogni volta

Che tu hai paura

Del movimento misterioso

Incompreso

Offeso dalla indecenza di un pensiero corrotto

Che ha trasformato

La magia di parole ancestrali

In un letargo della libertà con le sue vibrazioni d’amore

Raccolte e sepolte ora (1)

Emanuela Sposato e Isabella Landi, Foto di Fabio Rupoli

Alessia De Gasperi, Daniela De Stefanis, Isabella Landi e Emanuela Sposato, © Fabio Rupoli

Nel silenzio e nel buio della notte sono arrivate le Volpi. Le Volpi sono figure chiavi del mio percorso di sciamanesimo e sono sempre più convinta che portino un grande insegnamento alle donne contemporanee, poiché sono in grado di camminare sulla corda che unisce la vita e la morte, sanno saltare e fare il verso al mondo mostrando l’irriverenza del Femminile, la sensualità, la verità del grottesco e del buffo, il dolore che si rigenera e risveglia.

 

Morena Luciani Russo e le volpi, © Anna Lami Photografia

Ma chi può ridestare la forza dell’Orsa da un inverno così lungo che pare simile alla morte? Le volpi si fanno messaggere e richiamano le donne ad agire attraverso il potere della loro Vulva, la Cavità e il Vuoto da cui tutto si genera,  e tra le risate, i canti e i tamburi esse liberano la loro Anima-Orsa scon-volgendo e coin-volgendo tutto il pubblico. Il bastone ursino abbandonato sul suolo arido torna vivo e germogliante nelle mani di chi si assume la responsabilità di rimetterlo in piedi e viene affidato ad un giovane uomo e ad una giovane donna affinché sia riportato in un luogo speciale,  in questo caso al centro di un labirinto con le sue guardiane, le quali ci ricordano  che acqua, terra, fuoco e aria sono gli elementi di cui tutte e tutti noi siamo costituite/i.

Morena Luciani Russo, Laura Ghianda e Mattia Rossi, © Anna Lami Photografia

Sarah Perini, © Anna Lami Photografia

Qui i canti e i tamburi continuano ad accompagnare donne, uomini, bambine e bambini desiderosi di portare fiori e offerte con gioia e commozione. Perché questo è uno spazio “sacro”, uno spazio in cui ritorniamo a ringraziare colei che ci nutre e ci sostiene, una cerimonia collettiva in cui disperdiamo il nostro ego e l’animale e l’anima si uniscono. Ci ritroviamo Orse e Orsi e radicalmente, come diceva Mary Daly, riaffondiamo le Radici nella Terra, unendoci in suo nome e risanando la ferita inferta al Femminile da quasi 5000 anni.

© Anna Lami Photografia

Queste sono le cerimonie delle donne, quelle di cui il mondo ha bisogno per riunire in sé la parte di umanità che vuole vivere libera dal sistema patriarcale e dominatore.  Queste sono le follie di cui sono capaci le donne,  cerimonie ad alto voltaggio empatico ed emotivo che sanno curare dentro e fuori.

(1) Estratto dal monologo di Jelly Chiaradia

Cerimonia a cura di Morena Luciani Russo in collaborazione con Sarah Perini e la partecipazione di:

Licia Chitaroni, Matilde Bellazzecca, Enza Ferragina, Elena Ribet, Jelly Chiaradia, Francesca Rugi, Sabina Violante, Daniela Degan, Lina Rossini, Daniela De Stefanis, Alessia De Gasperi, Emanuela Sposato, Isabella Landi, Giovanna Clerico, Grazia Carlino, Valentina Ares, Federica Carmana, Titti Bertolin, Mattia Rossi,  Laura Ghianda.