Preghiera alla Madre del Suono

 

Foto by Fabio Rupoli

Ma-oh-Ma
Ma-oh-Ma

Madre Infinita del Suono,
centro da cui tutto sgorga,
guida le mie mani sul tamburo
e insegnami a trovare dimora in te.

Porta il mio ritmo nella cavità del tuo utero,
nel vuoto senza inizio né fine.
Espandi il mio cuore con il tuo dolce vento
mentre onoro le cinque direzioni
e tutte le creature.

Possa accompagnare con il mio ritmo
tutto ciò che si fa luce nel mondo
e tutto ciò che muore e ritorna in te.

In una mano tengo il Sole
e nell’altra la Luna,
in una mano tengo il Vento
e nell’altra la Terra
e tutti gli elementi rimescolo

all’interno del grande cerchio.

Possano gli uccelli gioire del mio ritmo,
possano gli alberi gioire del mio ritmo,
possano le pietre gioire del mio ritmo,
possano le acque gioire del mio ritmo.

Possano le mie gambe gioire del Tuo ritmo,
possa il mio sangue gioire del Tuo ritmo,
possa io suonare per unire e non per dividere.

Io sono la rosa che apre i suoi petali
e tu il mio centro.

E finalmente non so più chi sono.

Ma-oh-Ma
Ma-oh-Ma

Immagini e Testo © Morena Luciani Russo.

Ai sensi della legge legge 248/00 il presente materiale può essere utilizzato solo citando l’autrice e la fonte.

LA REGINA DELLE API

Spesso mi si chiede quali storie raccontare a bambini e bambine…questa fiaba l’ho raccontata così tante volte a mia figlia e mio figlio, che l’ho ormai fatta un po’ mia. Quindi la troverete un po’ “rispolverata” rispetto alla versione dei libri dei Grimm. Credo che mai come in questo momento abbiamo bisogno di narrazioni che ci riconducano ad amare la nostra Madre Terra. Ormai i miei figli sono grandicelli, ma questo racconto si è depositato nel loro cuore e credo che in qualche modo li guiderà nella loro esistenza. Vi consiglio di raccontarla suonando ogni tanto una campanella o un sonaglio, così da renderla ancora più magica.

Dea Ape della mitologia indiana chiamata Madhusana

 

Una volta in un regno lontano vivevano tre fratelli. I due più grandi decisero di partire per esplorare il mondo e lasciarono casa. Il fratello più piccolo, che si chiamava Grullo soffrì di solitudine e non appena ebbe l’età giusta si mise in viaggio anche lui per andare a raggiungere i suoi fratelli.
Cammina cammina giunse in una radura dove sentì un gran fracasso. Riconobbe le voci dei suoi fratelli, ma i due erano tutti intenti a distruggere un formicaio, allora Grullo gli corse incontro e disse loro : “No! Fermi! Non sopporto che facciate male alle formiche, lasciatele in pace!”
Allora i due fratelli piuttosto scocciati si fermarono. Felici comunque di essersi ritrovati, proseguirono il cammino tutti insieme. Dopo un po’ arrivarono vicino a un bellissimo lago dalle acque azzurre in cui nuotavano moltissime anatre. I due fratelli avevano già l’acquolina in bocca “Bene, prendiamone il più possibile e arrostiamole!”, ma Grullo intervenne di nuovo “Hey voi! Fermatevi, lasciate in pace le anatre, non tollero che le uccidiate!”. I due fratelli brontolarono e abbandonarono l’impresa.
Camminarono ancora e si ritrovarono in una radura dove si trovava un grande, grandissimo albero, con rami meravigliosi che si intrecciavano fino al cielo. I due fratelli avvertirono un forte ronzio e subito pensarono “Qui c’è un alveare, accendiamo subito un bel fuoco, affumichiamo le api e prendiamo tutto il miele!”. Ma quando Grullo vide quel che stavano facendo intervenne subito dicendo: “Hey voi due, state lontani da quelle api, non tollero che le bruciate!”.
Ancora una volta i fratelli rinunciarono alle loro imprese e continuarono il loro viaggio.
Intanto la luce calava e al tramonto giunsero in un luogo piuttosto strano. Tutto era silenzioso e spettrale, c’erano alberi di pietra, uomini e donne di pietra, animali di pietra. In fondo al bosco videro una lucina che proveniva da una casa, allora spaventati e stanchi si diressero verso la casetta. Sbirciarono dalla finestra e videro un omino con una lunga barba tutto intento a preparare una tavola piena di ogni prelibatezza. Allora bussarono alla porta e nessuno si presentò. Bussarono ancora, ma niente. Alla terza la porta si aprì e l’omino senza dire una sola parola li fece entrare e diede loro da mangiare e da bere a sazietà. Poi li accompagnò ognuno in una stanza con un bel letto comodo per dormire.
Prima che la notte giungesse l’omino andò a chiamare il fratello maggiore e gli disse “Domani mattina dovrai superare la prima prova. Entro il tramonto dovrai raccogliere le mille perle della principessa perse in mezzo all’erba, se no diventerai di pietra anche tu, come il resto di questo regno”. Il fratello senza preoccuparsi troppo se ne andò a dormire, al mattino si svegliò tardi e si incamminò per andare alla ricerca delle perle. Al tramonto riuscì a riportare solo 100 perle e divenne di pietra.
Il giorno dopo toccò al secondo fratello, anche lui presuntuoso e pieno di sé si alzò tardi e tornò al tramonto solamente con duecento perle. La terza sera toccò a Grullo. Era così preoccupato che non riuscì a chiudere occhio. All’alba si alzò e cominciò a cercare le perle, ma presto si rese conto che era un’impresa impossibile così si sedette su una bella roccia e disperato cominciò a parlare a se stesso dicendo “come farò mai a trovare le mille perle, è un’impresa impossibile, impossibile! Povero me, diventerò di pietra”. Il pensiero lo rendeva triste e sconsolato, ma un gruppetto di formiche passò proprio in quel momento e sentendo le sue parole una delle formiche si avvicinò dicendo “Grullo, non preoccuparti, tu una volta hai aiutato noi e adesso noi aiuteremo te”.
Le formiche andarono subito a chiamare le compagne e tutte insieme con le loro zampette si misero al lavoro. Raccolsero una ad una tutte le mille perle e Grullo tornò dall’omino molto prima del tramonto. Lo trovò molto sorpreso, “ma come caspita può esserci riuscito?” si chiedeva tra sé e sé.
La sera l’omino andò nuovamente a chiamare Grullo e gli disse “Bene, adesso devi superare la seconda prova. Qui vicino c’è un lago e tu dovrai recuperare la chiave che apre la camera della principessa dispersa nei suoi bui fondali. Se al tramonto non la porterai, diventerai di pietra anche tu”.
Grullo di nuovo non dormì, all’alba si alzò e cominciò a nuotare di qua e di là lungo tutto il lago. Alla fine disperato si mise ad asciugare su una pietra e parlando a se stesso borbottò “Non riuscirò mai a trovare la chiave, per me non c’è scampo!”. Ma in quel momento alcune anatre che stavano vicino a lui lo sentirono e lo consolarono “Grullo stai tranquillo, tu una volta hai salvato noi e adesso noi salveremo te”. Andarono a chiamare tutte le altre amiche anatre ed esplorarono ogni centimetro del lago fino a che trovarono la chiave.
Grullo era pieno di gioia, ringraziò le sue amiche anatre e corse dall’omino per consegnargliela. L’omino era esterrefatto e non capiva davvero come avesse potuto trovare la chiave.
Alla sera lo chiamò e gli spiegò l’ultima prova che avrebbe dovuto affrontare. “Salirai sulla torre e troverai una stanza, con la chiave aprirai la porta e troverai tre letti e tre fanciulle una identica all’altra, non ci sarà nessuna differenza tra di loro, se non che una prima di dormire ha mangiato lo zucchero, una la melassa e l’altra il miele. Tu dal solo respiro dovrai capire quale delle tre abbia mangiato il miele”.

Pendente raffigurante due api che trasportano una goccia di miele, 1800 Prima dell’Era Comune, Creta

Grullo allora salì, aprì la porta e si mise ad osservare le tre ragazze. Non c’era nessuna differenza tra di loro, nessun odore che potesse indicargli quella giusta e cominciò a disperarsi. Ma la regina delle api che era poggiata sulla finestra lo sentì e volò vicino a lui dicendo “Grullo, non preoccuparti, tu una volta ci salvasti dal fuoco e noi adesso salveremo te”. La regina delle api cominciò ronzare nella stanza e andò ad assaggiare la bocca di ogni fanciulla:“Mmm…no questa è melassa, no, no, questa è zucchero”, infine volò dalla terza fanciulla e disse “Questa ha mangiato il miele!”.
Così Grullo la accarezzò sulla fronte, la fanciulla si svegliò e insieme andarono a soffiare su ogni cosa nella stanza e nel bosco. Tutto ritornò alla vita e gli abitanti del bosco prepararono una grande festa, ballando e cantando tutta la notte. Il consiglio degli animali e delle piante si riunì per sancire la nuova alleanza con l’umanità. E le pietre sorrisero.

Alcune Considerazioni Sciamaniche sul Momento che Stiamo Vivendo

Grotta Chauvet, 36000 anni prima dell’Era Comune

Sono giorni densi e tormentati, prima pensavamo di avere almeno una bussola e ora le tasche sono vuote e nel vuoto non sappiamo starci, non ce l’ha insegnato questa cultura.

Ho aspettato parecchio prima di scrivere di ciò che sta accadendo. In queste settimane mi sembrava di essere come in auto, quando la radio non prende bene la frequenza e si sente tanto rumore, la musica non arriva e quel frastuono è solo fastidio che mi rende nervosa. C’era la gara a chi scriveva il post più bello, più poetico, più condiviso. Il peggio lo raggiungono sempre loro, i guru dei nostri social, quelli che hanno un’opinione su tutto e che ti sanno costantemente dire come vivere, come affrontare la Matrix, che ti fanno sentire sbagliat* per ogni emozione che ti attraversa. Quelli che devi solo “ringraziare di vivere questo momento”, non importa se sei tra coloro che ha una persona che ama all’ospedale o si sta ammazzando per far sopravvivere gli altri, devi avere una visione più alta se no non sei pronto/a per il “salto”.

Personalmente ho dovuto per un po’ distanziarmi da tutto, social, gruppi Whatsapp, catene di preghiere.

Sono certa, perché ne ho testimonianza diretta, che chi è impegnat* seriamente su una via sacra dispensi molto le sue opinioni in questo periodo e si dedichi soprattutto alle sue pratiche, aiutando anche là dove  possa fare qualcosa di concreto, dal sostenere i figli a casa a far la spesa a qualcuno che non può uscire, all’ offrire qualche tecnica per migliorare la propria stabilità emotiva.

Non sono laureata in medicina, ma mi occupo dello stato energetico di molte persone e desidero dire qualcosa nel campo di mia competenza.
Una decina di giorni fa il mio amico Nicola Dentico, mi ha raccontato che in queste settimane sta accadendo spesso, a chi pratica sciamanesimo, di ricevere la visita di orse e orsi, in molti casi animali che non erano mai apparsi nei loro viaggi.
Potremmo dire che l’orso è l’animale totemico dell’intera umanità, perché la sua ritualità è la più antica di cui abbiamo conoscenza, addirittura neanderthaliana. L’orsa era una delle manifestazioni della Madre Terra Nutrice, dello spirito materno che dà la vita e si prende cura del mondo. L’orso era lo spirito maschile selvaggio delle foreste, il figlio-compagno-paredro della Grande Madre e insieme costituivano un nucleo cultuale collegato al fuoco, alle antenate e agli antenati.

La prima Madonna col Bambino era un’Orsa. Cultura Vinča, 4500 P.E.C.

 

Ma non solo, l’orsa conosce le erbe per curarsi e curare i propri cuccioli e il letargo degli orsi simbolicamente è assimilabile ai processi di morte e rinascita che avvengono negli apprendistati sciamanici, per questo le donne sciamane erano “ORSE” in Siberia e molti eroi delle saghe antiche erano “ORSI” e sono sopravvissuti in numerose tradizioni carnevalesche europee. Inoltre riflettendo anche sull’imponente forza fisica di questi animali (chi vorrebbe far arrabbiare mamma orsa con la prole??) potremo considerarli a tutti gli effetti come gli spiriti guardiani per eccellenza del nostro pianeta.  Questo non significa chiaramente che abbiamo tutte e tutti gli stessi guardiani, nello sciamanesimo le/gli aiutanti sono molteplici, a volte inaspettati, come la vita del resto, ma ci sono delle energie archetipali che ci stanno guidando in questo momento di grande difficoltà. Se arrestate tutto il brusio di fondo le potete sentire ed essere molto più utili a chi vi sta intorno, per contenere la paura collettiva. Quindi non è un caso che tante epifanie ursine stiano giungendo ora in questa dimensione o che vi giungeranno dopo aver letto questo testo.

Per una grande guarigione collettiva abbiamo bisogno di una grande guaritrice e l’Orsa è colei che si sta presentando per accompagnarci in questo processo. L’ Orso, come paredro e compagno della Dea ci dà anche un esempio di maschile sano che non agisce attraverso il potere sulle cose, ma si muove in equilibrio con le forze della natura. Abbiamo assolutamente necessità di queste guide, di questi due Grandi e Anziani Antenati che si muovono tra le ere e nello spazio delle dimensioni per offrirci il loro aiuto e che ricollegano la parte più antica del mondo e delle nostra mente con quella più moderna.

Quello che sento di consigliarvi oltre chiaramente a fortificare il corpo con il movimento, la danza e con gli integratori più adatti, è di imparare a tranquillizzare la vostra mente perché il sistema immunitario non è solo qualcosa di fisico, abbiamo un corpo energetico che necessita in egual misura delle nostre cure e anche di protezione. Sappiamo credo abbastanza bene cosa nutre la nostra interiorità, ognuna e ognuno ha le sue passioni, ma forse del corpo energetico si conosce poco e mi permetto di scrivere un paio di cose a riguardo che siano semplici e comprensibili per tutt*

Il corpo energetico ha bisogno di suono per nutrirsi e riequilibrarsi, quindi ascoltate buona musica, suonate il tamburo o altri strumenti e cantate.

Necessita di una buona respirazione, quindi studiate anche solo delle tecniche semplici di respiro.

Ha bisogno di rigenerarsi sotto gli alberi o vicino ai fiumi o al mare, se potete uscire solo per la spesa cercate almeno un percorso dove ci siano gli alberi.

Ha bisogno della luce del sole, ma anche di quella della luna, quando la luna è in cielo state un po’ sul balcone.

Il corpo energetico ha bisogno di una mente spaziosa e possibilmente libera da pensieri ossessivi e ripetitivi, quindi fate tutto ciò che vi impegna con le mani, qualsiasi cosa che sia creativa e artigianale e/o dedicatevi al vostro giardino o terrazzo se lo avete.

Imparate a fare le vostre preghiere attraverso le mani prima ancora che con la testa e le parole. Questo ci insegna lo sciamanesimo, a stare collegat* con tutto ciò che succede intorno a noi in uno stato di attenzione completamente diverso da quello della mente razionale. Se sappiamo creare questo stato di vuoto e di tranquillità anche la mente razionale funzionerà meglio e sapremo far fronte a tutte le emergenze, anche a quelle che ci sembrano insormontabili.

E se l’Orsa e l’Orso stanno parlando anche a voi o se sono animali che hanno da sempre catturato la vostra simpatia, vi propongo questa piccola pratica.

Osservate dettagliatamente queste due immagini, per un po’ di giorni dedicatevi a ridisegnarle nella mente entrambe a occhi chiusi, una per volta, tenendo le mani sul cuore. Vi ci vorrà un po’ di allenamento per ricrearle nei particolari. Quando sono ben chiare di fronte a voi, posizionate le immagini sul terzo occhio e quando riuscite a vederle perfettamente in quello spazio fatele scendere nel vostro cuore. Sentite tutto l’amore della nostra Madre Terra Orsa e tutto il suo furore cosmico. Entrambe le immagini sono perfette. Sentite lo spirito selvaggio dei boschi, il suo silenzio, la sua forza.
Poi tornate ad un ricordo, anche di tanti anni fa. Ricordate l’ultima volta che siete rimasti d’incanto nella natura, davanti ad un albero o ad un fiume o di fronte ad un animale che vi attraversava la strada. Potete farlo in momento di meditazione, in silenzio o con il tamburo o semplicemente prima di dormire se vi è impossibile ritagliarvi un momento di tranquillità in casa.

Ripetete dentro di voi “ La Terra ha bisogno della mia guarigione, sono nella protezione dell’Orsa e dell’Orso.”

Osservate come vi sentite durante il giorno e se vi arrivano sogni nelle prossime notti.
Se potete guardare le stelle connettetevi con la costellazione dell’Orsa, chiedete benedizione per le persone care e per l’umanità.

Costellazione dell’Orsa Maggiore e Minore

 

Questa pratica si può fare a più livelli.

Così come è scritta, per chi non ha mai lavorato con lo sciamanesimo.
Accendendo una candela e offrendo fumo di erbe (chi ne ha usi l’Artemisia), per chi ha già un po’ di dimestichezza.
Aprendo le direzioni e preparando tutte le offerte, per chi già pratica da tempo.

Ho iniziato a scrivere questo testo venerdì 13, uno dei giorni in cui l’energia della Madre si manifesta in modo più potente, tanto che nel mondo patriarcale è divenuto uno dei giorni “sfortunati” del calendario e lo sto concludendo il 14 marzo, una data particolare per me, perché l’anno scorso in questo giorno subii un importante intervento ai reni che ha segnato fortemente il mio percorso. Un amico caro mi mandò un messaggio che mi ha aiutato tanto in quel periodo e che mi sembra oggi più che appropriato:

“Non devo avere paura, la paura uccide la mente. La paura è la piccola morte che porta alla distruzione totale. Guarderò in faccia la mia paura, permetterò che mi calpesti e mi attraversi e quando sarà passata, seguirò il suo percorso con il mio occhio interiore. Dove è andata la paura non ci sarà più niente, rimarrò soltanto io” Dal film Dune.

Che l’Orsa allevi la sofferenza di chi è in difficoltà e in malattia in questo momento!

Morena Luciani Russo

Un’offerta all’Orsa creata da Dario durante questa ultima luna piena.

 

Crediti alle immagini: Pagina Instagram Thebearsforever

Morena Luciani Russo: la ricerca della Dea e lo sciamanesimo

Intervista di Francesca Bianchi per FT News

9 Gennaio 2019

FtNews ha intervistato Morena Luciani Russo, artista rituale, insegnante di sciamanesimo femminile e libera ricercatrice nel campo delle scienze sociali, con particolare attenzione all’antropologia del sacro femminile, all’archeomitologia e allo studio degli stati modificati di coscienza e dei sistemi di guarigione.
Per i lettori di FtNews la studiosa, che ha all’attivo una laurea in Antropologia presso l’Università degli Studi di Torino, ha ripercorso i suoi primi passi nel mondo della spiritualità femminile, dello sciamanesimo e delle culture matriarcali. Fondamentale per questa svolta è stato l’incontro con Vicki Noble, ricercatrice, scrittrice, studiosa delle culture matrifocali e, soprattutto, maestra spirituale che ha portato il risveglio del femminile nel mondo. Nel corso degli anni la ricerca spirituale ha assunto per la Luciani Russo un ruolo sempre più importante, inducendola a dedicarsi alla meditazione e alla pratica con il tamburo come esperienza conoscitiva e ad organizzare i primi cerchi di donne, da lei considerati una grande forma di guarigione collettiva ed individuale.
Fondatrice dell’associazione culturale Laima, nata in onore di Marija Gimbutas con l’intento di promuovere la cultura matristica e la spiritualità femminile, la studiosa è autrice del libro Donne Sciamane, pubblicato nel 2012 per Venexia Editrice. Nel corso della nostra conversazione, si è soffermata anche sullo sciamanesimo femminile, sottolineando l’importanza di essere sciamane nella nostra epoca per portare il sacro nella vita quotidiana e superare l’idea patriarcale che la divinità sia in una dimensione trascendente.
La studiosa ha infine parlato dei progetti a cui attualmente sta lavorando e del ritiro sciamanico che ogni anno, nel mese di luglio, organizza tra le vette della Val di Susa, luoghi dove vive e a cui è particolarmente legata.

Morena, Lei è laureata in Antropologia e ama definirsi artista e libera ricercatrice nel campo delle scienze sociali. Di cosa si occupa esattamente?
Definirsi è sempre complicato. L’arte mi ha portato a compiere delle ricerche in campo antropologico, indagando in particolare il mondo arcaico che ha da sempre catturato la mia attenzione e la mia voglia di conoscere. In quanto artista, la mia via di conoscenza non è lineare, non si muove solo attraverso i libri, ma si nutre di simboli e di intuizioni. In quanto donna, mi ha richiesto un salto ulteriore: comprendere e trovare una chiave di accesso alla realtà, anche a quella simbolica e spirituale, che mi appartenesse e che non fosse mutuata dal sapere maschile con cui mi ero formata, del resto tutte e tutti noi siamo cresciuti così.

Quando è nato in Lei l’interesse per la spiritualità legata al culto della Grande Dea e per le società matriarcali? Ci racconti qualcosa del Suo percorso sulle tracce della spiritualità femminile...
Diciassette anni fa sicuramente ho vissuto una vera e propria chiamata verso il mondo del sacro femminile, anche attraverso il mio primo parto, come racconto nel mio libro. Quando trovai per caso “Il Risveglio della Dea”, il libro di quella che sarebbe diventata una delle mie maestre più importanti, cominciai a rivoluzionare il mio modo di vedere le cose e a comprendere perché mi erano arrivate così tante immagini femminili, così insolite, senza braccia, con grandi ventri e grandi seni. Qualcosa di profondo si stava disvelando; era così entusiasmante e spaventoso allo stesso tempo. Sapevo ancora troppo poco, ma sentivo che dovevo scavare, scavare, che c’era qualcosa di grande che mi aspettava dall’altra parte. Eppure potevo fare poco, avevo un bambino piccolo, un dottorato non pagato, una storia che non funzionava. Avevo, all’epoca, poche persone con cui condividere quel percorso e la solitudine non è una buona amica in un percorso rivoluzionario, ma studiavo quanto più possibile. Poi arrivò una grande serpentessa a salvarmi dalla mia vita sbagliata, oggi posso sorriderne, però una mattina mi svegliai e sopra al letto vidi come delle sbarre, non respiravo più e non potevo muovermi. Quell’incontro sciamanico non mi diede tregua, fino a quando non scelsi veramente me stessa, e scegliere me significava anche ridare dignità alla via della Grande Dea, come la definiva Marija Gimbutas. Così, con tutta la forza che non pensavo di possedere, cambiai la mia vita, e dopo poco tempo conobbi Vicki Noble e tutte le mie compagne dakini, con cui iniziai un percorso di spiritualità femminile in Italia, e cominciai a tenere i primi cerchi di donne a Torino.

Nel 2010 ha fondato l’associazione culturale Laima. Di cosa si occupa questa Associazione? Con quali obiettivi è nata?
Laima è nata per onorare Marija Gimbutas e tutte le donne e gli uomini che portano nuove visioni per uscire dalla struttura patriarcale della società. Laima per me è la dimostrazione che le donne che trovano il proprio centro spirituale attraverso le esperienze in cerchio possono trasformare la propria vita ed imparare a relazionarsi in modo differente, senza competizioni e fuori dagli stereotipi stabiliti dalla cultura maschilista. Abbiamo fatto tante cose in questi anni; sul sito potete trovare un po’ della nostra storia.

Nel 2012 è uscito il Suo libro Donne Sciamane (Venexia Editrice), un’ottima lettura per tutte le donne che si accingono ad intraprendere un viaggio interiore alla scoperta di sé e delle energie insite nell’essere donna. Perché noi donne siamo sciamane per natura? Ci spieghi come definirebbe lo sciamanesimo femminile e quali sono le sue peculiarità…
Come dico nel mio sito, lo sciamanesimo femminile non è una religione, ma il richiamo che la natura, nostra Madre, sussurra nell’universo e che noi, sviluppando nuove forme di attenzione alla realtà, possiamo tornare ad ascoltare. L’espressione “sciamane per natura” era la dichiarazione di uno sciamano chukchee che sosteneva che le donne non avevano bisogno di chiamate o di particolari apprendistati. Questa affermazione servì a mettere in discussione l’assunto che queste fossero le uniche vie d’accesso al risveglio dei poteri sciamanici, caratteristiche più spesso attribuite agli uomini. Le donne attraverso il ciclo mestruale e il parto conoscono già la via che porta agli altri mondi e sono predisposte ad una visione ciclica e non lineare della realtà. Quando cominciano a portare attenzione a come l’energia si muove nel loro corpo e a comprendere come questa sia collegata alla realtà naturale, alla luna, alle stelle, agli alberi, agli animali, ai fiumi, alle montagne, allora si aprono alle energie sciamaniche.

Cosa significa, per Lei, essere una sciamana oggi?
Credo sia necessario fare una differenziazione. Aprirsi alle energie sciamaniche non è essere sciamane o sciamani. È la possibilità che ci diamo di entrare in relazione più completa con il mondo e di tornare a portare il sacro nella vita quotidiana, di superare l’idea patriarcale che la divinità sia in una dimensione trascendente, è il fare esperienza estatica, scoprendo che abitiamo tante dimensioni, dentro e fuori di noi. Essere sciamane implica un passo ulteriore, una scelta non nostra, non siamo noi a dirci “sciamane/i”, gli spiriti scelgono e poi è il mondo esterno che riconosce delle caratteristiche in noi, non in senso gerarchico, ma proprio come una grande madre che si occupa spiritualmente dei propri figli e delle proprie figlie. Del resto, come diceva Campbell, anche il significato di Lama era quello di la, inteso come “superiore”, e ma, come “madre”, madre superiore, nel senso della forma più alta di maternità. Questo per me è il significato che lo sciamanesimo rivestiva all’inizio dei tempi, quando le società erano matriarcali e centrate sul materno e sulla cura, della comunità e della Terra.
Non ci sono certificati per diventare sciamane, oggi va molto di moda, ma è molto più importante focalizzarsi sulle pratiche piuttosto che pensare ad avere certificati. Noi viviamo in una società individualista fondata sull’ego, mentre lo sciamanesimo è nato nella dimensione collettiva e può riportarci ad essa.

E il tamburo?
Il tamburo è una delle migliori guide che si possano avere. Se cominciamo ad usarlo in modo rituale, non semplicemente ludico o artistico, ci permette di entrare nella vibrazione del cosmo, di spazzare via tutto ciò che la mente crea di superfluo e non utile per la nostra vita. Se si è in gruppo, ha la capacità di creare e mantenere una buona, gioiosa energia collettiva, cosa non semplice in una cultura come la nostra. Per noi donne l’uso sciamanico del tamburo ha un significato ancora più profondo, perché ci aiuta ad espandere il nostro potere interiore. Ho visto tante donne in questi anni che sono proprio cambiate: arrivano timide e timorose, ma dopo due o tre esperienze sciamaniche con il tamburo, la loro energia si espande e cominciano ad emanare una grande bellezza e fierezza. Certo, non per tutte è così, non è che ogni donna sia affine a questo tipo di via sciamanica, ma lo è per molte. Le donne sono state le prime suonatrici di tamburi e stanno riscoprendo una parte importante di sé attraverso questo strumento. Il tamburo, i sonagli, i campanelli sono da sempre centrali nelle cerimonie del Sacro Femminile e anche per gli uomini possono essere un potente strumento per riavvicinarsi all’energia della Grande Madre.

Cos’era, secondo Lei, il culto della Dea?
Non pensiamo ad un culto: ci porta fuori strada perché diversifica i piani di realtà. Pensiamo ad una società della Dea, ad un grande organismo che riproduce il suo corpo come un microcosmo. La metafora del corpo della Grande Madre ci parla di questo ed è il motivo per cui la troviamo riprodotta così frequentemente nel Paleolitico e nel Neolitico. Essa ci dice che non c’era separazione tra lei e la vita delle persone: lei era la Terra, il cielo, le stelle, gli alberi, i vasi con i seni da cui si prendeva l’acqua, la roccia su cui si incideva, gli uccelli che ripulivano le ossa dei morti, il fuoco che riscaldava e trasformava il cibo.

Che ruolo ricopriva la donna quando vigeva il culto della Dea?
Era chiaramente la sua trasposizione in forma umana, non è un’affermazione femminista. Basta studiare qualche società matriarcale vivente e si capisce che è ancora così: provate a sentire parlare un uomo del popolo Moso. Le donne della società della Dea erano onorate per i doni che elargivano alla collettività: erano insegnanti, artiste, madri, nutrici, guaritrici ed erano riconosciute per le loro doti spirituali ed oracolari.

Le faccio una domanda che ho posto spesso alle molte studiose e ricercatrici nell’ambito della spiritualità femminile che ho intervistato nel corso di questi ultimi anni. Non ricordo di aver mai sentito pronunciare il nome di Marija Gimbutas dai numerosi docenti che ho avuto nel corso della mia carriera scolastica ed universitaria. Come si spiega tanto oscurantismo da parte della cultura ufficiale nei confronti di questa straordinaria studiosa e del suo metodo di ricerca?
Mary Daly in “Quintessenza” cita un passo di Virginia Woolf che secondo me risponde benissimo a questa domanda: E le figlie degli uomini colti danzino attorno al grande falò, continuando a gettare bracciate di foglie morte sulle fiamme, mentre le loro madri dalle finestre più alte gridano “Che bruci! Non sappiamo che farcene di questa istruzione”. Marija Gimbutas è una delle grandi donne della storia, una di quelle che fa sentire piccoli tutti coloro che sono venuti prima di lei. Esiste un’istruzione prima di Marija Gimbutas e una dopo, e da che parte stiamo dipende da quanto patriarcato abbiamo messo in discussione nei nostri studi.

Negli ultimi tempi assistiamo a un lento e progressivo risveglio della spiritualità femminile. Lei stessa organizza cerchi, incontri, celebrazioni stagionali. Cosa avviene durante queste cerimonie? Quante è importante per noi donne trovare, nella frenesia della nostra quotidianità, degli spazi tutti nostri e tornare a riunirci in cerchio?
Ci riallineiamo in primo luogo con lo scorrere ciclico del tempo, impariamo a seguire il tempo lunare, a collegarci su un piano energetico e non verbale. Ricostruiamo un filo tra le generazioni e questo è fondamentale per il benessere delle donne: le più grandi sostengono le più giovani e le più giovani vivificano le più grandi. I cerchi di donne sono in questo momento una grande forma di guarigione collettiva ed individuale, ma non è una banalità fare un cerchio. Se non si mettono in discussione i principi patriarcali su cui è fondata la spiritualità che troviamo in giro, non riusciremo a creare un vero cerchio di donne e in poco tempo tutto si dissolverà.

Ogni anno, nel mese di luglio, organizza un ritiro sciamanico in Val di Susa, che riscuote sempre un grande successo. Perché ha scelto proprio le vette della Val di Susa? A quali cerimonie, a quali pratiche vi dedicate durante il ritiro?
Sono le montagne su cui abito, i luoghi che amo e nei quali pratico. Ho iniziato tanti anni fa proponendo un rituale in onore della Montagna Madre, la più grande che c’è nella mia valle. Poi nel tempo si è trasformato in un vero e proprio ritiro di tre giorni. I ritiri li ricordo sempre con gioia: sono momenti in cui stiamo tutte insieme, mettendoci anche a dura prova, perché l’energia delle montagne è impegnativa. Tutto è molto “forte” in montagna: il sole cocente, il vento, il freddo, se il sole non c’è. A volte prendiamo la pioggia e camminiamo nel fango, ma quando affronti la montagna a livello rituale, ti fondi completamente con lei, senti l’energia della terra che ti sostiene e che ti sospinge in alto. Normalmente cominciamo onorando l’albero più anziano del luogo in cui siamo, la Madre di tutti gli alberi del circondario, e da lì prendiamo il radicamento e il nutrimento che ci sosterrà fino alla fine del ritiro. Poi ci spostiamo nei vari luoghi energetici della Valle, lavoriamo nelle grotte, alle cascate. Dipende dagli anni, ogni volta il ritiro è dedicato ad una diversa forma della Dea: l’anno scorso abbiamo lavorato con la volpe, altre volte con l’orsa o con la dea uccello. Alla fine della primavera salgo da sola alla montagna e sento con quale energia lavorare. Il giorno prima della salita alla grande Montagna prepariamo le offerte di fiori da portare su e ognuna cuce l’intento per la sua vita: quali cose vuole migliorare di se stessa e quali vuole lasciare andare, cuce la sua preghiera, poi la mattina all’alba e a digiuno saliamo su a portare i nostri doni. Questo tipo di ritualità cambia profondamente la nostra vita, ci insegna a sviluppare un rapporto affettivo con la Terra, perché la forza che genera l’incontro con quella grande montagna ci accompagnerà sempre. Per me che ci vivo ancora di più, chiaramente, ma a volte mi scrivono le donne che abitano lontano per dirmi quanto l’immagine della montagna e di noi lì tutte insieme dia loro forza nei momenti difficili, e questo è un grande dono anche per me.

Attualmente sta lavorando a qualche progetto? Quali appuntamenti L’attenderanno in questo nuovo anno?
Sono tornata a disegnare e a dipingere; in questi anni, tra figli, convegni, seminari, ho dovuto mettere un po’ da parte il lavoro artistico, ma è un’espressione troppo importante della mia anima e non posso trascurarla per molto tempo. Quindi ho in progetto una mostra ed una nuova performance rituale. Poi ci saranno i seminari, in particolare in primavera andrò al Sud, precisamente a Napoli e a Palermo, e sono molto felice di questo. Trovo tanto nutrimento in quelle terre: hanno conservato di più l’energia arcaica, la Dea si sente ancora nelle persone, nelle feste popolari, nella musica. E poi a luglio ci saranno altri due ritiri in montagna!

Il dono del pane e lo sciamanesimo femminile

Intervento di Morena Luciani Russo al convegno internazionale “LE RADICI MATERNE DEL DONO”, atti del convegno pubblicati da Vanda Ed. 2016.

 

Chi non ha visto chiesa adora i forni.

Detto sardo

 

Panificatrici sarde (fonte: aa.vv. 2005)

 

Affrontare il tema del dono dal punto di vista della spiritualità è importante e necessario perché, come si evince dalle ricerche con cui ci stiamo confrontando, le società matriarcali, che hanno la caratteristica di fondarsi su un’economia del dono e su un’equa distribuzione dei beni, sono anche caratterizzate da una profonda attitudine spirituale che permea ogni aspetto della vita, una spiritualità orientata alla terra e ai suoi cicli naturali, dove tutto ha origine da una concezione del sacro al femminile (Heide Goettner-Abendroth 2012).

Dal mio punto di vista di studiosa e praticante dello sciamanesimo, ritengo che il dono sia un concetto cardine delle pratiche sciamaniche delle donne, un concetto che è bene rispolverare per capire quale fosse lo spirito che animava e tuttora anima tali espressioni del femminile. Per troppi anni queste funzioni fondamentali non sono state riconosciute né narrate dai vari studiosi, perlopiù uomini, di antropologia e di storia delle religioni, i quali ci hanno trasmesso un’idea di sciamanesimo accordata al neutro maschile che poco ha a che vedere con il significato originario[1].

Cercando di sintetizzare, possiamo affermare che la visione maschile dello sciamanesimo ha messo in evidenza le doti fantasmagoriche degli sciamani, le personalità ego-centrate ed eccentriche, il ruolo sociale e politico e, nella versione moderna, il percorso spirituale di guarigione come crescita personale individuale.

In questo quadro, nell’accezione positiva le donne emergono spesso come guaritrici e abili artigiane, in quella negativa come megere, streghe, ossesse e incantatrici. Ma mi soffermo sulle caratteristiche femminili “positive”, che ne abbiamo bisogno!

Ciò che è stato definito “artigianato”, escluso dalla sfera dell’arte, poiché spesso aveva scopi di utilizzo nella vita di tutti i giorni, definiva semplicemente la visione ciclica matriarcale, dove la dimensione sacra e quella quotidiana sfumano l’una nell’altra.

Il cucito, il ricamo, la decorazione di oggetti o dei muri della casa e prima ancora delle grotte, la preparazione del cibo, l’intreccio di vegetali per confezionare cesti, sono la testimonianza dei processi di trasformazione che le donne di tutto il mondo sapevano compiere con le loro mani e il loro corpo e che in alcuni momenti di passaggio – la nascita, il diventare adulti, la morte, il matrimonio o in altri legati al calendario sacro annuale – assumevano ancora di più una connotazione rituale.

Antropologi e antropologhe si sono spesso dibattuti sul significato e il senso dei rituali, ma come al solito la nostra conoscenza occidentale è sempre il frutto di una frammentazione. C’è chi ha sostenuto come primaria la funzione sociale dei rituali, chi quella religiosa, chi quella religiosa come stadio iniziale per supportare la funzione sociale rinsaldante all’interno della comunità o chi, come De Martino, riconosceva il rito come la risposta umana al mistero e alla grandezza della natura, ma nel senso di un bisogno di controllo della stessa, per evitare di sentirsi sopraffatti.

Come dicevo, questi sono punti di vista maschili, molto patriarcali. Credo che quasi nessuno si sia mai chiesto che cosa fossero e siano le cerimonie rituali gestite dalle donne o che cosa facciano le donne durante questi momenti. Principalmente e primariamente le donne preparano delle offerte, ma nei millenni in cui gli uomini hanno avuto il ruolo di capi politici e spirituali non se ne è compreso il significato. L’offerta è rimasta, per così dire, marginale, periferica rispetto ad altri aspetti del rituale, magari più performativi. E le offerte sono chiaramente dei doni. Ma i doni, le offerte, i rituali non si comprendono se si rimane in una visione lineare, mentre le culture indigene e contadine, rimaste più vicine alla concezione ciclica della natura, hanno mantenuto il significato più originario del rituale inteso come dono. Dal punto di vista sciamanico femminile i rituali sono azioni che mirano a ristabilire un equilibrio tra tutti i livelli dell’esistenza: fisico, psicofisico, sociale, politico e spirituale. Flavio Pinto, amico e studioso di scritture antiche, mi ha fatto notare che, andando oltre l’etimologia greca e latina e rifacendoci al sanscrito, in quanto arcaica lingua indoeuropea, possiamo scoprire cose molte interessanti sul significato di alcune parole. Ho quindi messo a fuoco che la radice rta contenuta nella parola rituale ha numerosi significati, tra i quali mi sembra interessante evidenziare i sostantivi salute, azione sacra, regola e gli aggettivi onorato, rispettato.

I rituali servono a mettere “or/dine”, e già nella parola ordine troviamo, per assonanza, anche la parola dono, che in sanscrito è dana o dhana, la cosa di valore, ciò che ho di prezioso, l’offerta. Nel rituale offro una cosa preziosa, dunque possiamo dire che il rituale si fonda sul dono.

C’è però un altro passaggio da fare, perché nell’ottica occidentale questo tipo di dono aveva un fine utilitaristico, per cui è stato banalizzato nel concetto di scambio. Noi prepariamo un rituale per raggiungere un certo obiettivo, per ottenere ciò che desideriamo, e in effetti dopo un rituale si riceve realmente qualcosa, ma non è quello lo scopo per il quale lo si fa. Il rituale non è scambio. In un’ottica ciclica-matriarcale è primariamente dono, ringraziamento, celebrazione.

Forni neolitici (Fonte, M. Gimbutas, Il Linguaggio dell Dea)

Da sempre le donne hanno utilizzato le proprie doti creative e spirituali per creare doni speciali per la Datrice di Vita Cosmica e celebrare i cicli della natura, e tra questi doni speciali ne spicca uno in particolare che possiede un grande significato per l’area europea e mediterranea, quello della panificazione rituale. Il pane è stato al centro delle cerimonie femminili sin dal neolitico, tanto che Marija Gimbutas (2008) evidenzia la presenza di forni per il pane in buona parte dei templi alla dea dell’antica Europa. Le pagnotte avevano spesso la forma di parti del corpo della Signora della Vita, come natiche, vulva e seni, ed erano decorate con gli antichi simboli di vita e rigenerazione, come possiamo osservare dalle immagini nei libri della studiosa. Gli stessi forni in cui si cuoceva il pane erano antropomorfizzati e mettono in evidenza occhi e bocca, in alcuni casi ricalcano la forma di un ventre gravido da cui emerge addirittura una protuberanza che ricorda il cordone ombelicale.

Come ricorda Kathy Jones (2013), il pane rappresentava il processo sacro di trasformazione della Signora del Grano, la Dispensatrice di Vita, per questo era inserito all’interno dei templi.

La radice sanscrita pan mostra tra i vari significati anche quello di onore, essere degno di ammirazione, quindi possiamo affermare che ciò che sostiene la vita è degno di ammirazione, prezioso, è il dono per eccellenza; questo è uno dei motivi per i quali si è data tanta attenzione al pane.

Sappiamo che la visione ciclica della natura come fanciulla primaverile, madre del raccolto e nutrice e vecchia rigeneratrice fluì nel mondo ellenico attraverso le figure di Persefone, Demetra ed Ecate, e che il pane rituale era il punto focale dei famosi Misteri Eleusini che ogni anno si svolgevano in loro onore in autunno.

Vi ho portato fino a Demetra e Persefone perché nella mia ricerca ho trovato alcuni rituali che si svolgono ancora in Italia e che sono probabilmente intrecciati con quell’antica diade cosmica. Vi racconterò del modo in cui le donne preparano e svolgono queste feste sacre, perché ci danno maggiormente l’idea di come all’interno di una comunità agisce la spiritualità del dono.

La prima festa si svolge a Goriano Sicoli, in Abruzzo, una festa antichissima sincretizzata poi nel culto cristiano di santa Gemma, che vede protagoniste una giovane ragazza e una commare, termine dialettale che indica una donna matura. La ricorrenza si svolge tre volte all’anno, con la celebrazione più importante a maggio, nel cuore della primavera, e di cui abbiamo testimonianza grazie al prezioso lavoro di Paola Di Giannantonio.

La festa viene gestita ogni anno da una coppia diversa di sposi che organizzano i preparativi durante tutto l’anno, coinvolgendo l’intero paese. Questo passaggio, in passato, aveva anche un significato di ridistribuzione dei beni, poiché si cercava di favorire le famiglie più povere, garantendo loro viveri e risorse per far fronte allo squilibrio economico.

Alla coppia, definiti come il procuratore e la procuratrice, vengono affidate le chiavi della Casa di Santa Gemma, il luogo sacro dove avverrà la panificazione e si raccoglieranno durante l’anno tutti gli elementi necessari allo svolgimento del rito. La procuratrice e il procuratore si spartiscono i compiti di raccolta del grano, del mosto, delle uova, delle offerte in denaro ecc. La cosa meravigliosa è che ogni famiglia offre ciascun elemento secondo le proprie possibilità, quindi il grano di ognuno viene raccolto e conservato nella casa insieme ai mosti, che vengono mescolati e messi nelle botti in cui diventeranno vino.

Le donne si ritrovano la notte del 30 aprile[2] per ammassare il pane presso la Casa di Santa Gemma. La procuratrice ha il compito di precedere il gruppo accendendo il fuoco, che dovrà tenere acceso per i tre giorni e le tre notti della preparazione rituale. È importante notare che la custodia del fuoco è un tipico elemento sciamanico femminile.

La panificazione parte con il rinfresco della “madre”, il lievito naturale; in passato anche questo era il frutto della mescolanza dei lieviti di tutte le famiglie. Le donne lavorano su una lunga tavolata, impastando i filoni e passandoseli uno per volta, in modo che ogni pagnotta tocchi le mani di ognuna. I filoni vengono decorati con tre tagli equidistanti e le iniziali di santa Gemma (S e G), dopodiché in passato le donne si occupavano di infornare il pane e di riportarlo alla Casa, mentre oggi il compito di trasportare il pane al forno viene lasciato agli uomini, anche se tuttora essi non possono entrare nella Casa durante il rito e aspettano che siano le donne a consegnare loro le pagnotte sull’uscio.

Le donne del paese si danno il cambio lavorando ininterrottamente per tre giorni e tre notti e, una volta cotto, tutto il pane viene sistemato in una stanza secondo una particolare disposizione. Qui rimarrà fino all’11 maggio, il giorno tanto atteso della festa, quando le madri posizioneranno i cestini ritualmente decorati sulla testa delle giovani e li riempiranno con le pagnotte. L’usanza prevede che le ragazze giovani non siano autorizzate a entrare nella stanza, a loro spetta il compito di distribuire il pane sacro a tutto il paese e a chi si unisce alla festa.

Panificazione di S.Gemma(fonte: Di Giannantonio 2005)

 

Camminata col cero (fonte: Di Giannantonio 2005).

 Questo pane non ammuffisce, viene baciato alla consegna, conservato in casa e mangiato durante il corso dell’anno con devozione. Il clou della cerimonia religiosa è l’incontro tra la giovane ragazza che rappresenta la santa, la quale giunge a piedi dal paese vicino portando un grosso cero e incontra la commare nella Casa. E a cosa ci riconduce questa azione rituale se non al mito di Demetra che ritrova Persefone!

 

Scendendo un po’ più in basso, in Campania, a Castelvetere sul Calore, in provincia di Avellino, il 28 aprile si celebra una festa dedicata alla Madonna delle Grazie. Nelle tre settimane precedenti tutte le donne del paese impastano e infornano un pane a forma di piccola ciambella, chiamato tortano.

Queste ciambelline andranno a costituire un enorme altare alla Madonna: si stima una preparazione di circa 45.000 tortani che si appoggiano l’uno sull’altro fino a formare una meravigliosa e consistente struttura.

Il pane viene impastato ritmicamente da gruppi di donne in grandi madie di legno con un movimento molto simile a una danza; la farina viene donata dalle famiglie dell’intero paese, e durante la lunga preparazione le “nutrici” intonano continui canti (pensate quanta energia collettiva è stata raccolta in questi pani!). L’ultimo giorno di panificazione, il 25 aprile, ogni partecipante al rituale si lava il viso e le mani con la stessa acqua in un’unica bacinella.

Le protagoniste della cerimonia sono un gruppo di bambine che avranno il ruolo di dispensatrici, cioè anche qui, come nel caso precedente, nel giorno sacro distribuiranno il pane a tutto il paese.

Bambina vestita ritualmente per la Festa del Tortano, dedicata alla Madonna delle Grazie (fonte: sito web del comune di Castelvetere sul Calore).

Nei giorni precedenti il rito, le famiglie delle dispensatrici raccolgono l’oro di parenti, amiche e amici, come bracciali, collane, ciondoli, e catalogano ogni pezzo in modo da poterlo restituire dopo la festa; tutti i gioielli vengono cuciti sulle vesti delle bimbe fino a formare un vero e proprio corpetto. Personalmente trovo molto bella questa celebrazione della bambina come veicolo del sacro, il cui compito è quello di portare benedizioni alla comunità, mi ricorda la “dimenticata” dea bambina di cui parla Mario Bolognese[3].

Il tortano è sacro e protettivo, viene mangiato ma anche appeso in casa, nei locali pubblici e addirittura, nella versione più piccola e moderna, in automobile.

Altare di pane (fonte: sito del comune di Castelvetere sul Calore).

 Produzioni simili di pani rituali le ritroviamo in diverse zone del Sud Italia, come Puglia e Sicilia, tuttavia dedicherò quest’ultima parte a una produzione davvero speciale, quella sarda.

Su di essa è stato pubblicato un eccelso catalogo (aa.vv. 2005) in cui possiamo osservare due donne con meravigliosi abiti cerimoniali intente a infornare un pane decorato con uccelli e forme naturali. Anche in Sardegna il pane era impastato, decorato e infornato dalle donne.

Il pane rituale è talmente importante in questa terra che è considerato una delle arti sarde per eccellenza. E in effetti ne esistono davvero forme molteplici per tutte le ricorrenze importanti, come la festa dei morti, i matrimoni, ma anche per gli incantesimi, addirittura ci sono pani giocattolo per bambine e bambini.

Donne pronte per la processione dei pani di Lei (fonte: www.sardegnadigitallibrary.it)

Tra i pani più elaborati ci sono le forme denominate Sa Coccoi, che le donne del paese di Lei, in provincia di Nuoro, preparano in piccoli gruppi tra il 24 e il 25 aprile e offrono per la festa di san Marco in un piccolo santuario nella natura. Ne fanno di forati al centro oppure di più piccoli pieni offerti in piccoli canestri. Sono davvero gorgoglianti di vita, di nidi di uccelli, fiori, foglie e frutti. Alcuni vengono messi uno sull’altro, incartati e decorati con nastri, e le donne li portano su bastoni durante tutta la processione.

Un’altra usanza prevede la creazione di pani decisamente vulvari, che vengono donati dalla donna al suo futuro sposo, denominati Is Pillosas.

Is Pillosas (fonte: aa.vv. 2005).

 

L’importante studio di Salvatore Dedòla (2008) mostra come il sardo sia molto più affine all’accadico pre-indoeuropeo che al latino; secondo il glottologo Pillosa deriverebbe dall’accadico Pell-usu, traducibile in “uovo di oca”. Credo che tutto questo faccia ripensare all’uovo cosmogonico, simbolo della Madre della Vita, di cui parlava Marija Gimbutas, che troverebbe un’effettiva corrispondenza nella forma vulvare.

Altre pagnotte hanno la forma di seni e ne esiste uno in particolare che raffigura una figura femminile con molte mammelle, simile all’Artemide Efesina; questi pani venivano confezionati e dati alle bambine (Dedòla 2008).

 

Pizzinna, scultura di pane simile all’Artemide Efesina (fonte: aa.vv. 2005).

 

Rimanendo in un’ottica di celebrazione della vita, anche la sposa in Sardegna riceve il suo pane, questa volta in forma fallica, consumandolo il giorno stesso della cerimonia.

Tra le varie forme rituali prodotte dalle donne vi è un altro importante pane, la Pippia de Caresima, una sorta di bambola-calendario a cui si stacca ogni settimana una gamba per contare i giorni che separano dalla Pasqua.

Inoltre, sempre attraverso le ricerche di Dedòla, siamo a conoscenza di una pane forato, una sorta di ciambella ellittica denominata Sa Forrottula, che seguendo la revisione linguistica deriverebbe dall’accadico Burrutu con l’aggiunta dell’aggettivale sardo la, con il significato finale di “servitrici del tempio”: sembra infatti che questo fosse il pane delle sacerdotesse che praticavano la prostituzione sacra; a tal proposito, si stima che in Sardegna ci fossero oltre 17 siti dedicati a queste pratiche. Prostituzione sacra o sessualità sacra? Non è un discorso che possiamo fare qui oggi, ma è molto facile che facciamo riferimento al termine prostituzione perché interpretiamo attraverso le nostre categorie di pensiero e non quelle dei popoli antichi.

Cocone e’ Frores (fonte: aa.vv. 2005).

Come ultimo esempio di dono rituale vorrei mostrarvi la meravigliosa composizione che le donne di Fonni, in provincia di Nuoro, eseguono per la Festa di San Giovanni il 24 giugno. Si chiama Cocone e’ Frores, traducibile in “dolce[5] a forma di tempio elevato e cotto al forno”.

È una struttura alta sei, sette metri composta da circa 250 colombi e gallinelle che viene trasportata durante la processione di san Giovanni e mangiata e distribuita alla comunità a fine agosto.

Questo excursus per dimostrare quante ore e quanto impegno le donne hanno dedicato all’arte rituale, in questo caso il pane, ma potremmo citare tantissimi altri esempi in ogni parte del mondo, e quanto l’aspetto creativo del dono rituale possa permettere alle donne di vivere e di far ri-vivere la dimensione sciamanica dell’esistenza e di metterla al servizio di una nuova società.

 

 

 

 

 

GUARDA IL VIDEO DEL CONVEGNO. Dal minuto 40:00 c’è la sezione dedicata alla spiritualità con Morena Luciani Russo, Vicki Noble, Letecia Layson e Camilla 

Bibliografia

aa.vv. (2005), Pani. Tradizione e Prospettive della Panificazione in Sardegna, Ilisso Edizioni.

Dedòla S. (2008), I Pani della Sardegna, Grafica del Parteolla.

Di Giannantonio P. (2005), Demetra per sempre. La festa delle donne a Goriano Sicoli. Culti alternativi agrari nella Valle Subequana e nella Valle Peligna, Margaret Fuller Edizioni.

Gimbutas M. (2008), Il linguaggio della Dea, Venexia.

Goettner-Abendroth H. (2012), Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo, Venexia.

Jones K. (2013), La Dea nell’antica Britannia, Psiche 2.

Luciani M. (2012), Donne sciamane, Venexia.

[1] Per una più accurata definizione di questo passaggio rimando al mio testo, Donne sciamane (2012).

[2] Evidenziamo che si tratta di una notte del calendario sacro antico, la veglia del Primo Maggio.

[3] Mario Bolognese è scrittore, poeta e formatore, esperto in educazione gilanica. Nei suoi libri mette in luce l’importanza della dea bambina, cancellata dalla cultura patriarcale.

[5] Dolce, perché si tratta di un pane dolce.

L’Arte della Purificazione e il Business delle Erbe Sciamaniche

 

Nelle ultime settimane si è fatto un gran parlare dell’iniziativa della catena di cosmetici Sephora di mettere in vendita un “kit della strega”, una scatola che, tra le altre cose, conteneva la Salvia Bianca, pianta sacra delle popolazioni native della California, il cui fumo viene usato nella purificazione sciamanica. I gruppi nativi si sono ribellati con un’accesa battaglia virtuale, spiegando come la salvia sia  una medicina tradizionale, che a causa del business creato negli ultimi anni a livello globale, è ormai a rischio di estinzione. Le proteste sembrano aver funzionato e il kit ora non è più sul mercato, ma credo sia importante fermarsi a riflettere cercando di portare chiarezza su un punto importante.

In quasi tutte le cerimonie sacre si bruciano erbe e incensi, ma non é semplicemente l’atto di bruciare una pianta a fare una vera “purificazione”. Nello sciamanesimo le piante sono alleate come gli animali e le pietre, non per tutte e tutti sono le stesse ed il loro potere non deriva semplicemente dal principio vegetale attivo, ma risiede nella relazione che impariamo a creare con esse qui, nella terra che calpestiamo, nei luoghi che amiamo. Negli anni impareremo a fare i giusti avvistamenti, a raccogliere sempre poco da ogni pianta, a ringraziare e lasciare qualcosa in cambio, che nutra magari gli altri esseri della Terra. A farci trovare piuttosto che a cercare.
Non c’è nulla di male a provare erbe di luoghi lontani, ma abbandoniamo l’idea che sia sufficiente comprare un bastone di salvia per pulire la bolla energetica di una persona o un luogo. Se non c’è connessione, se non c’è rivelazione, agiremo sempre e solo in superficie.
Non vi svelerò quali sono le piante che io uso e raccolgo, ma voglio raccontarvi questo. La mia amica Giovanna ha coltivato e poi raccolto le sue piante di lavanda. A loro ha cantato durante la crescita, le ha accudite e poi al momento giusto, tagliate, seccate e ripiegate con arte, in modo che continuino a bruciare per un po’ e infine legate con un bel nastro viola.
Quando brucio la sua lavanda io non sento semplicemente la lavanda, ma l’amore che lei e Giovanna hanno nutrito insieme e che cura e rende più dolce la mia casa. Solo nella relazione poetica e affettiva tra noi e il mondo si attiva la magia, le piante allora ci offriranno il loro dono sciamanico e noi impareremo davvero a muoverci in modo sacro. Quindi che le Giovanne e i Giovanni abbondino nelle nostre vite!

Immagini e Testo © Morena Luciani Russo.

Ai sensi della legge legge 248/00 il presente materiale può essere utilizzato solo citando l’autrice e la fonte.

 

Morena Luciani Russo è artista rituale, suonatrice di tamburo e ricercatrice del sacro femminile, leggi la bio QUI.

 

L’Amazzone Morente

Non so descrivere il dolore che mi ha procurato la vista di questa scultura, ancora prima di metterla a fuoco e di capire esattamente cosa fosse​.
“Certo, è l’abbattimento di un’amazzone” ho realizzato, sussultando dentro di me.
Bisognava rappresentarne ancora la bellezza e la sensualità per esaltare a pieno la vittoria, non bastava ritrarre una donna in battaglia, era necessario ribadire il mito della guerra e godere della sua sconfitta e della sua agonia. Non era semplicemente la morte di un’eroina, ma quella della millenaria cultura politica e spirituale matriarcale, l’unica vera civiltà che abbiamo conosciuto dal principio della storia del mondo. 
La dea che reggeva o mostrava fiera il proprio seno, non solo come espressione di nutrimento e rigenerazione, ma anche come energia sciamanica vitale e protettiva ora è finalmente disarcionata, come una delle sue audaci figlie. É un dolore che ogni donna contiene nelle sue cellule e può riconoscere nell’immediato, senza nemmeno sapere perché. 
La targa riportava la semplice descrizione “Amazzone Morente”. Era Antiope? Era Ippolita o Pentesilea? Lì in quella terra che ora chiamiamo Turchia e che tutt’oggi genera donne-dee dal coraggio stellare. Era una delle combattenti di Kobane? Era Sakine o Azime o Fidan o la giovane e sorridente Anna Campbell? Era ed è tutta Afrin, era ed è quella morsa che sentiamo ogni mattina alzandoci e che piano piano con fatica cerchiamo di trasformare, ritornando al centro di noi stesse per attingere alla forza spirituale di quell’antico fiero seno.

Appena superato il muro di entrata accanto al quale è posizionata la statua si incontra la bellissima Artemide Efesia, chissà se chi ha allestito il museo sapeva che proprio a lei le amazzoni dedicavano numerose cerimonie? Io mi ci metto accanto e mi risale un po’ di gioia.

Immagini e Testo © Morena Luciani Russo.

Ai sensi della legge legge 248/00 il presente materiale può essere utilizzato solo citando l’autrice e la fonte, previo richiesta scritta.

Immagine: Amazzone Morente, II sec. E.C. Collezione Farnese, copia romana. Museo Archeologico di Napoli. Foto dell’autrice.

DONNE E TAMBURI: IMPLICAZIONI TERAPEUTICHE, SPIRITUALI E POLITICHE

ARTICOLO DI MORENA LUCIANI RUSSO

PARTE I

Tra le svariate arti femminili dell’antichità va annoverato l’uso del tamburo, che come ben testimonia la vasta letteratura etnografica è, insieme ai sonagli e ai campanelli, uno dei fondamentali strumenti utilizzati da donne e uomini per accedere agli stati sciamanici di conoscenza.

Il tamburo sciamanico per eccellenza è a cornice, con la pelle su uno o entrambi i lati.  Il suono prodotto da questo strumento permette di comunicare con gli spiriti alleati e di viaggiare attraverso i mondi invisibili. È come un’ancora di salvezza che la/o sciamana/o utilizza per compiere il viaggio di ritorno nel suo corpo e/o per uscire dallo stato di trance (1).

Sciamana della regione siberiana di Krasnojarsk, 1780

Dal punto di vista scientifico il suono del tamburo segna un incremento delle onde cerebrali Alfa e Theta. Le prime sono  le frequenze in cui si attivano maggiormente i collegamenti tra i due emisferi e si giunge a stati di benessere e rilassamento , le seconde sono responsabili di modificare la coscienza ordinaria verso immagini di tipo ipnagogico, estatico, facilitando stati di grande creatività. Il tamburo ha quindi un grande impatto sul cervello degli esseri umani e non è un caso che abbia un ruolo prioritario nelle cerimonie sciamaniche.

Oggigiorno nei nostri paesi occidentali si parla molto di mindfullness e di altri tipi di meditazione come risposta a stati di stress ed ansia, ma quasi mai si accenna agli effetti terapeutici della pratica  del tamburo, in particolar modo quella collettiva.

Negli anni ’80 dello scorso secolo, Sandra Harner e Warren Tyron, in  seguito ad un esperimento di shamanic drumming, hanno riportato che dopo mezz’ora di pratica, le persone sottoposte al test, testimoniavano un considerevole aumento dei tassi di immunoglobuline parallelamente all’aumento di tranquillità e di equilibrio fisico e mentale, sensazioni di accresciuta forza, soddisfazione e autostima.

Una decina di anni dopo, il neurologo Barry Bittman pubblicò una ricerca in cui dimostrava che l’uso del tamburo di gruppo, non agiva solamente sul piano psicologico, ma era in grado di aumentare le risposte immunitarie dei/lle partecipanti, ma soprattutto l’attività delle  cosiddette cellule natural killer, quelle che all’interno del nostro corpo ricercano e distruggono le cellule cancerose o infette da virus.

Anche la ricerca dello psicoterapeuta Robert L. Friedman porta nella medesima direzione : l’uso del tamburo induce miglioramenti decisivi in pazienti affetti da malattia di Alzheimer, Autismo, Morbo di Parkinson e svariate malattie autoimmuni.

Fin dai tempi più lontani il tamburo è stato utilizzato per scopi rituali e terapeutici, in particolar modo dalle donne. Nella società attuale questo può apparire inusuale, le percussioni sembrerebbero utilizzate maggiormente dagli uomini, ma è interessante notare che i primi tamburi a cornice di cui abbiamo testimonianza risalgono a una pittura rupestre di Çatal Hüyük, insediamento neolitico matriarcale ( 5600 a.C.)in cui, come dimostrato dalla ricerca archeo-mitologica, si celebrava la dea in particolare come Signora della Vita, della Morte e degli Animali e le donne avevano un ruolo molto importante nella vita rituale e religiosa.

Layne Redmond, percussionista e studiosa dell’uso del tamburo da parte delle donne nell’antichità afferma che:

la musica ritmica sembra essere stata particolarmente importante nei riti associati alle antiche dee. Scene di gruppi di donne musiciste, cantanti e danzatrici appaiono nelle più antiche rappresentazioni di rituali religiosi. Il tamburo a cornice era il centro musicale e psichico di questi rituali.  Dall’Egitto alla Valle dell’Indo, da Cipro a Creta, come dalla Grecia a Roma, sacerdotesse e altre donne ufficianti utilizzavano il tamburo a cornice per celebrare le loro dee e l’infinita energia ritmica della vita (REDMOND 1997)

È importante sapere che anche il primo suonatore di tamburo di cui si parla nella storia è donna. Visse nel 2380 a.C. e il suo nome era Lipushiau, nipote del re Naram Sim e alta sacerdotessa del tempio della luna di Ur.La cultura sumera produsse inoltre numerose statuine raffiguranti donne e dee che reggono tamburi tra le mani. Secondo il celebre storico della musica Walter Wiora queste prime testimonianze del mondo sumero sono proprio la derivazione di una precedente tradizione neolitica.

L’uso del tamburo da parte delle donne è stato riscontrato anche nell’Antico Egitto. Nel complesso templare di Dendera, costruito  in onore della dea Hathor, esisteva un luogo chiamato mammisi, una sorta di santuario di nascita dove le donne si recavano per partorire. Su una parete dell’edificio sono raffigurate trentadue sacerdotesse che suonano il tamburo a cornice e sul lato opposto altre ventinove che stringono tra le mani lo scettro e il sistro, versione egiziana del sonaglio.

Mammisi, Tempio di Dendera

Secondo la Redmond  le donne conoscevano alcuni ritmi che favorivano le contrazioni uterine e il tamburo accompagnava e proteggeva il passaggio alla vita.

Parallelamente tutta l’area mediterranea presenta reperti, statuine e bassorilievi che raffigurano suonatrici di tamburo. In particolare emerge la rappresentazione della dea Cibele, l’antica dea anatolica, diretta discendente della Signora degli animali di Çatal Hüyük. Il culto di Cibele venne assorbito prima dai Greci e poi dai Romani e il fatto che fosse generalmente ritratta con in mano il tamburello faceva riferimento alle funzioni oracolari che svolgevano le sue sacerdotesse e in epoca più tardiva i suoi sacerdoti eunuchi.

 

Scultura romana in bronzo della dea Cibele

Sempre in area mediterranea le donne utilizzavano il tamburo anche per accompagnare i riti funerari, si credeva che il suo battito accelerasse il passaggio dei morenti e affrettasse la loro rinascita. Questa credenza trovava una corrispondenza nella vita naturale: le nostre antenate  si erano accorte che la forza vibrazionale del tamburo aiutava la germinazione dei semi posti nella terra e potenziava la crescita della vegetazione, perché non quella delle anime dei loro cari allora?

Secondo la Redmond i tamburi hanno la forma della luna la quale, come noto, è l’elemento che scandisce il ritmo della vita sulla terra. Tenendo conto che questa profonda relazione tra la donna, la luna e il tempo era già testimoniata dai calendari in osso paleolitici, non c’è da stupirsi che laddove questa venisse onorata e rispettata vi fossero donne suonatrici di tamburo.

Nel momento in cui i popoli proto-indo-europei invasero i territori dell’Antica Europa balcanica e mediterranea (GIMBUTAS 2008), questa corrispondenza sacra si perse,  le donne furono allontanate dalle loro funzioni politiche e  rituali e quindi l’arte del tamburo rimase nelle mani dei soli sacerdoti maschi.  Inoltre, sempre in questo periodo, il tamburo cominciò a essere usato durante le parate militari.

In Europa, la Chiesa proibì le danze e i canti rituali delle donne in un Concilio dell’826, ma nel XIII secolo si spinse ben oltre bandendo le donne che danzavano e suonavano per i morti e vietando loro la partecipazione ai funerali.

Il cristianesimo fu il maggiore responsabile dell’anatema imposto sui tamburi nell’ area mediterranea.

L’etnomusicologo Paolo Pacciolla sostiene che:

Il tamburo era al centro dei rituali pre-cristiani, bandire il tamburo era come togliere l’altare agli antichi culti. Un processo analogo  è avvenuto nel mondo islamico e nella musica colta, dove il tamburo svolge una funzione fondamentalmente metrica (PACCIOLLA 2008).

Una simile espropriazione è avvenuta in Cina, dove le Wu, sciamane che invocavano la pioggia sulle montagne brandendo serpenti tra le mani  e utilizzavano il tamburo come principale mezzo di guarigione e divinazione, furono allontanate dalle loro funzioni rituali quando, intorno al 100 a.C il Confucianesimo rovesciò il sistema matrifocale.

Sarà una coincidenza che tutte queste religioni collegate a sistemi sociali  patriarcali abbiano  bandito i tamburi e imbavagliato il potere spirituale femminile?

FINE PRIMA PARTE

 Testo © Morena Luciani Russo.

Ai sensi della legge legge 248/00 il presente materiale può essere utilizzato solo citando l’autrice e la fonte.

(1) Personalmente preferisco il termine Stati Sciamanici di Conoscenza al termine riduttivo “trance”. Cit.  Pratt 2007.(Maggiori dettagli nel mio testo “Donne Sciamane”).

BIBLIOGRAFIA

Belli Remo, “Interview with  Dr. Barry Bittman”

Gimbutas M. Il Linguaggio della Dea, Venexia ed., Roma 2008

Luciani M., Donne Sciamane. Venexia ed., Roma 2012.

Tedoldi D., L’Albero della Musica, Anima ed., Milano 2006.

Maxfield M., “The Journey of the Drum”, in Re-vision 16, n. 4,

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Eisinger Dale, “Not Just for Music, Drum is Therapy too.

Intervista a Morena Luciani Russo per “Sciamane. Donne che si Risvegliano” di Giovanna Lombardi

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Organizzi anche Cerchi di donne, qual e’ la loro funzione?

Ti rispondo con una domanda, qual è il primo cerchio che conosciamo?
Ci riflettevo con un caro amico, Flavio Pinto, che io amo definire, studioso gilanico di lingue antiche, e lui mi faceva notare che sarebbe opportuno usare il termine “cerchia”, al femminile, perché il primo cerchio è la pancia di nostra madre. Le nostre antenate e i nostri antenati non avrebbero mai usato un termine maschile per definire la pancia della madre. Non è meraviglioso che sia stato un uomo ad accorgersi di questo?
Potremmo dire che ritrovarsi “in cerchia” corrisponde a un bisogno biologico, alla nostra natura più intima, ma abbiamo vissuto per 5000 anni dentro forme piramidali e non è facile ritrovare quella configurazione e riportarla nella nostra vita.
Per noi donne sta diventando un’esigenza vivere esperienze “circolari”, non possiamo più permetterci di sostenere questa società violenta e sessista e di crescervi bambine e bambini, ma nulla cambierà se continueremo ad essere divise le une dalle altre, nello stato di diaspora, come lo chiama Mary Daly, perché è in questa alienazione che il patriarcato trova terreno fertile per continuare ad operare.
Le cerchie femminili fondate su pratiche spirituali corporee e sulla celebrazione dei cicli naturali sono i luoghi in cui le donne si donano, l’una con l’altra, forza e coraggio. Inoltre sono l’antidoto alla competizione femminile di cui spesso le donne vengono accusate. La competizione nasce come risposta ai meccanismi patriarcali, non è assolutamente connaturata in noi come ci hanno fatto credere: infatti le donne e gli uomini che si riappropriano dei valori matriarcali ritornano Homo e Femina Donans, orientati alla cooperazione, al dono, alla cura, al risolvere i conflitti in maniera non distruttiva, quindi riscoprire il valore della cerchia è fondamentale per tutti, ma per le donne ancora di più in questo momento.

Nel tuo interessante libro Donne sciamane, fai riferimento alle capanne del sangue o capanne della luna, luoghi in cui le donne si riuniscono a pensare, meditare e “creare” durante il loro “periodo rosso”. E’ auspicabile per te incoraggiare un’abitudine del genere anche nelle culture occidentali?

E’ auspicabile che le donne imparino a comprendere che il ciclo rosso è connesso alle loro doti spirituali e come spiego nel libro tutte le società che imbavagliano il potere femminile puntano il dito contro il ciclo che rende le donne impure, quindi è importante per noi liberarci dell’ associazione simbolica che accomuna mestruazioni e impurità. Nei miei seminari utilizzo spesso l’ocra rossa, che sin dai tempi ancestrali veniva usata nei rituali femminili, è un modo per fare pace con il sangue portatore di vita. Il fatto che le donne si ritrovassero durante il periodo rosso era la risposta biologica al vivere in comunità. Quando le donne convivono, il loro ciclo si sincronizza. E’ sicuramente un’usanza molto bella ma difficile per noi che viviamo isolate le une dalle altre, forse più praticabile da chi sta sperimentando una vita in co-housing o in eco-villaggi. Ad ogni modo possiamo trarre spunto da queste esperienze e trovare altre soluzioni di celebrazione, io ritengo che la creatività sia la vera forza delle donne.

 Ho visto che negli ultimi mesi ti sei sempre firmata con il doppio cognome: Morena Luciani Russo. Perché hai aggiunto un secondo cognome a quello abituale?

Ho deciso di aggiungere al cognome paterno, quello materno, visto che in questo paese non è ancora un diritto riconosciuto. Sento come una ferita non avere il cognome di colei che attraverso il suo corpo mi ha dato la vita e ancor più mi fa male il fatto che i miei figli non abbiano anche il mio cognome vicino a quello dei loro padri. Ho due figli avuti da due papà diversi ed è come se per la legge non fossero fratelli. Non è assurdo? Sono entrambi nati dal mio ventre. Ora, in Italia, è possibile richiedere di aggiungere il cognome materno attraverso una serie di procedure e lo farò al più presto, ma forse dentro di me c’è qualcosa che spera in una legge più giusta, perché se lo facessi sarei comunque obbligata ad avere il cognome che risale a mio nonno e al lignaggio maschile.
E poi non dimentichiamo che nominare noi stesse/i solo attraverso il cognome paterno ha delle implicazioni simboliche ed energetiche non da poco, una persona che lavora su un piano spirituale non dovrebbe trascurare questa realtà. Questo è anche uno dei motivi per i quali chiedo sempre la presentazione con il doppio cognome durante i seminari di sciamanesimo femminile. Una volta ho discusso di questo problema con Luciana Percovich e lei sosteneva che un vero cognome materno potrebbe essere il nome proprio di una nostra nonna o bisnonna. Io penso che questa sia un’idea grandiosa, ma certo è ancora utopistico, poiché non si riesce nemmeno ad ottenere una legge che per diritto assegni entrambi i cognomi ai figli.

Pensi che nei prossimi decenni o secoli si recupererà il culto della Dea?

La Dea non è semplicemente un culto. E’ come chiedere “Pensi che nei prossimi decenni ci muoveremo con più cura e attenzione verso questo pianeta, riusciremo a gestire le risorse più equamente, riusciremo a formare nuclei familiari allargati dove le madri possano essere supportate da altre donne e da uomini gilanici e volenterosi? Pensi che le donne troveranno una loro dimensione spirituale e politica che non riproponga gli schemi del maschile patriarcale? Pensi ci siano uomini pronti a riconoscere il valore delle donne, a ri-definirsi e a non utilizzare sistemi coercitivi e piramidali?” E io ti rispondo “Sono Morena Luciani Russo, corre l’anno 2015 e posso confermarti che molto di tutto questo è già cominciato da tempo, e che tutte e tutti coloro che stanno lavorando in questa direzione sono all’interno di un processo che andrà a sanare il Femminile Oltraggiato. Siamo già nella prospettiva della Dea e quando si imboccano certe strade il senso del sacro si sviluppa in maniera spontanea, è connaturato alla nostra umanità. Non nasciamo né egoist* né violent* e l’equità è la via della Dea.”

Estratto dall’intervista di Giovanna Lombardi. Per il testo completo consultare il libro dell’autrice,  “Sciamane. Donne che si Risvegliano” Verdechiaro Edizioni, 2015

Intervista a Morena Luciani Russo su Radio 24

Da sx Andrea Fianco, Angelo Vaira, Morena Luciani Russo, Andrea Contri, Rosita Celentano

Qual è il rapporto tra sciamanesimo e animali? Ascolta il podcast dell’intervista che Angelo Vaira e Rosita Celentano hanno fatto a Morena Luciani Russo, durante la bellissima trasmissione di Radio 24Chiedimi se sono felice“.