Le Antiche Dee e i Tamburi a Cornice: la Ricerca di Layne Redmond

Articolo di Morena Luciani Russo

Le locuzioni PEC (prima dell’era comune )e EC (era comune) sostituiscono rispettivamente le sigle A.C. e D.C per evitare riferimenti ad una specifica religione.

Com’era il mondo quando le donne suonavano i tamburi?

Probabilmente un posto migliore, perché gli esseri umani erano liberi di attingere alla conoscenza attraverso vie estatiche, le società erano circolari e non piramidali e dominanti, la vita era armonica con i cicli della Terra e del cosmo.


Layne Redmond, ricercatrice e sacerdotessa del tamburo a cornice, ci racconta in “Quando le Donne Suonavano i Tamburi”, del percorso che le donne e il ritmo sacro delle percussioni hanno condiviso dai tempi più antichi al Medioevo, delle vicissitudini che ne causarono l’ interruzione e di come la riscoperta del Sacro Femminino ci stia portando a rinnovare questo patto ancestrale.


Signore della nascita e della morte, signore dei semi che germogliano, del grano che nutre, delle bestie selvagge e delle montagne, le dee e le antiche sciamane sono raffigurate spesso con in mano un tamburo a cornice.
A Çatal-Hüyük , una dei più antichi insediamenti neolitici dell’Anatolia, troviamo la prima raffigurazione di tamburo della storia e anche la dea assisa sul trono con i leoni accanto, colei che in tempi più tardi diventerà la vera Regina del tamburo, Cibele.

Signora sul Trono di Catal Huyuk, 6000 PEC

Le tre antiche civiltà fluviali, sorte tra il 4000 e il 3000 PEC, quella della Valle dell’Indo, quella egiziana e quella sumera ci mostrano come il tamburo a cornice emerga dalle religioni del Femminile Sacro della preistoria. Sappiamo che la popolazione di Çatal-Hüyük era composta da diverse etnie alcune delle quali sono state ritrovate ad Harappa, in Mesopotamia e anche in Egitto, culture che mostrano una somiglianza di simboli e mitologie le quali delineano un sistema di credenze condiviso.

La Grande Madre preistorica assunse il nome di Inanna in Mesopotamia, di Hathor in Egitto e di Usas e Lakshmi in India. Tutte e tre indossano secondo la Redmond “copricapi con le corna o delle corone che rappresentano la luna crescente, simbolo del principio naturale del ritmo, collegato al ciclo mestruale e al potere rigenerativo della dea”.
Sciamane e sacerdotesse del tamburo rituale suonavano per far germogliare i semi, per celebrare la luna, per invocare la pioggia, per accompagnare il parto e allo stesso modo le anime dei morti. Suonavano per portare guarigione durante i rituali, per profetizzare, per scandire i ritmi stagionali della natura.

Suonatrice di tamburo, Cipro VI Secolo PEC


In particolare nell’area mediterranea è stato ritrovato un grande numero di statuine e bassorilievi che raffigurano suonatrici di tamburo, sacerdotesse di Inanna, di Cibele, di Hathor, di Rea, di Artemide e di Afrodite, donne che usavano il tamburo all’interno di templi e luoghi sacri. In Asia Minore, in Grecia e a Roma, queste donne venivano chiamate Melissai o Melissae, sacerdotesse collegate al potere profetico delle api e del miele fermentato. Interessante rilevare che il Bendir, tamburo a cornice del Nordafrica, presenta tuttora alcune corde al suo interno che vibrano nel momento in cui viene suonato, questa vibrazione era probabilmente comune nelle pratiche di queste suonatrici rituali che richiamavano l’energia sciamanica delle api.
“Virgilio ha descritto anche un modo per attirare uno sciame di api a un nuovo alveare, adescandole con erbe profumate e fiori: quando una colonna di api fluttua nelle vicinanze, bisognerebbe suonare il tamburo e il cembalo di Cibele per attirarle.”


Cibele, conosciuta in epoca classica come la Madre degli Dei, era una dea di origine anatolica-frigia, il cui culto era caratterizzato da trance estatica e danze sfrenate, a lei donne e uomini suonavano tamburi, castagnette e flauti. Si trattava della stessa Signora sul Trono che a Çatal-Hüyük veniva raffigurata affiancata da due felini e che assunse i nomi di Kubaba, Dindimene, Rea/Arianna, Dichtinna, Berecinzia, in funzione del luogo in cui il culto si stabiliva. (1)

Cibele con tamburo e leone, II sec. PEC

I leoni che aveva al suo fianco, talvolta in braccio, erano i guardiani dei regni della coscienza che compiva il suo viaggio nelle altre dimensioni, quelli che oggi chiamiamo “alleati sciamanici”. Lei era la Signora della Natura Selvaggia, “l’iniziatrice verso più alti livelli di consapevolezza”. Inizialmente il suo luogo sacro era la montagna, rappresentata poi nel suo trono, veniva raffigurata con una corona merlata in testa, la torre fortificata che simboleggiava “la città stessa, le cui mura, come il paesaggio naturale, nascevano dal suo ventre per proteggere i suoi figli”, la stessa corona che cinge la testa della nostra Italia. Cibele ebbe infatti, una grande importanza nella nostra terra, fin da quando nel 205 PEC i romani importarono la pietra sacra dall’Anatolia, il meteorite che la rappresentava e la posizionarono sul Palatino. Molte delle feste del Sud Italia, ora dedicate alle svariate Madonne e in cui i tamburi a cornice sono ancora protagonisti, sono collegati proprio agli antichi culti di Cibele.


Quando il cristianesimo si diffuse a Roma, il tempio di Cibele venne distrutto e in quella stessa area venne eretto il Vaticano, il centro spirituale della Chiesa Cattolica. Questo ci dà la misura di quanto fosse importante il culto di Cibele nelle vite delle nostre antenate e dei nostri antenati.
Il cristianesimo fu il maggiore responsabile dell’anatema imposto sui tamburi e soprattutto sulle donne che danzavano e suonavano durante i rituali, un’abitudine che non si perse facilmente e che continuò fino al XIII secolo EC. Dopo non fu più possibile per le donne essere parte delle cerimonie sacre, ma molta della sapienza antica della dea non fu mai estirpata del tutto e si riversò nei culti mariani. Maria divenne Regina del Cielo come Inanna e Madonna delle Grotte e delle Montagne, luoghi in cui le persone andavano in pellegrinaggio, proseguendo il culto della montagna e delle acque sacre.


È quasi un viaggio iniziatico quello che Layne Redmond ci fa vivere attraverso le pagine di questo libro, una ricostruzione storica puntuale e una collezione di centinaia di immagini che mai nessuno/a aveva messo insieme prima e che ci riconsegnano un patrimonio inestimabile del nostro passato spirituale e rituale.


Lessi “Quando le donne suonavano i tamburi” più di dieci anni fa e dedicai un intero paragrafo del mio libro a questa ricerca preziosa, cercando con Luciana Percovich di farlo tradurre in italiano nella collana “Le Civette” di Venexia, ma allora non erano disponibili i diritti di autore ed era tutto molto complicato. Nel frattempo avevo contattato Layne Redmond per farla venire in Italia per un seminario, ma la sua malattia era già in stato avanzato e non riuscimmo a combinare l’incontro. Purtroppo l’anno successivo Layne lasciò il corpo e in me la grande tristezza di non averla conosciuta di persona. Sono molto felice che Venexia editrice abbia finalmente pubblicato questo testo, anche grazie alla traduzione delle donne del collettivo siciliano Trizzi Ri Donna.

Layne Redmond


Questo articolo è il mio omaggio al lavoro prezioso di una grande suonatrice di tamburo, una melissa moderna che ha aperto un varco prezioso per tutte e tutti noi, mostrandoci una via alla dea attraverso il suono e la vibrazione sacra.
La rinascita dell’uso rituale del tamburo è cominciata da tempo e sono certa che questo libro porterà tante nuove persone a conoscere i benefici che questo strumento può portare nelle nostre vite, per il nostro benessere interiore e per la costruzione di comunità umane che tornino a celebrare la Terra, la Luna e tutto il cosmo.

NOTE:

Tutte le citazioni del presente articolo sono estratte dal libro “Quando le Donne Suonavano i Tamburi”, Redmond L. , Venexia Editrice (Roma 2021).

(1) Cibele viene spesso associata ad Attis, narrato a volte come figlio o come amante castrato della dea. In realtà Attis non compare prima della metà del quarto secolo PEC e fu inserito come dio in Grecia, in una forma ellenizzata e urbana del culto originario. Vedi “In Search of God the Mother” di Lynn E. Roller.


La Rivoluzione Gimbutas

A 100 ANNI DALLA NASCITA DI MARIJA GIMBUTAS CELEBRIAMO CON ARTICOLI ED EVENTI UNA DONNA STRAORDINARIA. Articolo apparso su Associazione Laima, Comune Info e Autrici di Civiltà.

Ho dedicato molto del mio tempo a Marija Gimbutas in questi ultimi vent’anni. Come studiosa di antropologia e di culture arcaiche, come artista e come ricercatrice di un percorso sul sacro e sulle declinazioni sciamaniche che il Femminile assume là dove può tornare a manifestarsi.

Mi piace chiamarla Rivoluzione Gimbutas. Un processo che iniziò a disgregare un pensiero archeologico e sociale secondo cui sin dai primordi l’umanità presentava caratteristiche gerarchiche e belligeranti ed era orientata ad un trascendente Dio celeste e punitivo, un passato oscuro che ancora oggi legittima la legge del più forte e dell’accaparramento delle risorse della Terra.

Marija Gimbutas con lo sguardo e la sapienza di una donna genio, osservò ciò che nessuno prima di allora aveva notato, decifrò una simbologia ricorrente sulle statuine e sui manufatti di epoca neolitica, mettendo questo materiale in relazione con quello paleolitico e dell’epoca del bronzo e riuscì a ricostruire una vera e propria mitologia utilizzando gli studi di filologia, etnologia e folklore del mondo slavo a cui apparteneva e di quello mediterraneo. Questo lungo percorso di ricerca e di vita la portò a comprendere che qualcosa di enorme era stato omesso e dimenticato nella narrazione delle origini, un’umanità che si considerava organismo ciclico e ritmico sintonizzato con il movimento circolare della vita, della morte e della rigenerazione e che rappresentava questi stati di esistenza nel corpo di una Grande Madre Cosmica che era Albero, Montagna, Sole, Luna e innumerevoli volti animali.

L’aspetto più affascinante diceva Gimbutas “era la sua capacità di mutare da una forma all’altra, lei poteva essere l’ape, la farfalla, così come la scrofa e questa era una bellissima filosofia, di riverenza e di amore per la Terra”(1).

Bandiere di Lydia Ruyle, Foto di Anna Lami

Prima della Rivoluzione Gimbutas la preistoria era un luogo oscuro e “primitivo”(2), dopo le sue ricerche divenne un luogo di bellezza, di donne e uomini evoluti che vivevano in pace e in unione con le forze naturali, che conoscevano i segreti del cielo, del suono e delle energie che si muovono tra il corpo umano e quello della Terra. Credo che solo i primi resoconti etnografici sugli Aborigeni Australiani e sui Boscimani, possano darci un’idea di come le nostre Antenate e i nostri Antenati vivessero allora il rapporto con il cosmo e di quello che Marija Gimbutas colse attraverso i suoi studi.

La società belligerante, gerarchica e androcratica, definita da Gimbutas “cultura Kurgan”, arrivò solo in un determinato momento storico, attraverso i popoli proto-indoeuropei delle steppe che invasero a più ondate tutta l’Europa e il Mediterraneo tra il 4300 P.E.C. e il 2800 P.E.C. (3). Questa teoria che creò molti problemi all’interno del mondo accademico archeologico, fu confutata in tutti i modi fino a pochi anni fa, quando uno dei maggiori esponenti dell’archeologia mondiale e accanito antagonista di Marija, Colin Renfrew, ammise pubblicamente che la teoria Kurgan aveva ormai solide basi.

Cosa significa tutto ciò? Che non siamo esseri condannati a vivere in un mondo di violenza e di prevaricazione perché questo fa parte di una innata “natura umana”. Si tratta di un mito che ci è stato narrato per millenni e che ora ha bisogno di tutta la nostra tenacia e volontà affinché venga lasciato alle spalle e si chiuda un capitolo doloroso della storia del mondo.

Foto di Anna Lami

Attraverso l’opera di Marija Gimbutas siamo stat* chiamati/e a comprendere come funzionava una vera civiltà, una cultura che produceva un’alta qualità della vita e di felicità per tutti gli esseri, quali fossero le mitologie che guidavano quella società in cui non c’era predominio sulle donne e sulla natura e che ancora oggi sono stratificate nei miti e nelle storie che la cultura kurgan, patriarcale e violenta, ci ha tramandato capovolgendone i valori, ma non è riuscita del tutto a cancellare. E nei simboli violati, nei manufatti, nelle danze e nei canti, in quello che rimane delle feste popolari, tra le righe degli antichi poemi, quel tesoro nascosto ha iniziato ad emergere e sta portando un’ondata di nuova conoscenza, non più orientata allo sviluppo intellettuale dell’ego, ma ad una coscienza allargata capace di illuminare il cammino nostro e di chi verrà.

Ho conosciuto così tante persone in questi anni che hanno integrato la loro visione del mondo con il lavoro di Marija Gimbutas, specialmente qui in Italia. Chiaramente studiose e studiosi di archeologia, di storia o di lingue antiche, che possiedono conoscenze vastissime e approfondite, anche se spesso fuori dai canali ufficiali del sapere, ma anche persone che lavorano nell’ambito dell’arte visiva, della musica e della danza, del teatro e del cinema, della psicoterapia e dell’educazione, dell’ecologia e dei diritti umani. A dispetto di quello che si pensa, non si tratta solo di donne ma anche di molti uomini, i quali stanno dedicando la loro intera vita alla riscoperta della dea nei nostri territori italiani o addirittura che custodiscono e si prendono cura dei suoi antichi luoghi sacri. Ogni anno che passa mi rendo conto che l’eredità di Marija Gimbutas è sempre più forte nella nostra Terra e credo che lo sia perché qui, le radici delle Antiche Madri sono ancora molto vive e forti.

A lei ho dedicato l’associazione Laima e un intero convegno internazionale, al fianco di Luciana Percovich, Daniela Degan e Sarah Perini. Ho svolto molti progetti nelle scuole, una lezione all’Università di Torino, alcune performance in cui dipingevo sul corpo delle donne i simboli dell’Antica Europa, simboli che continuo ad utilizzare nella mia arte, ma l’eredità più grande di Marija Gimbutas resta per me quella umana.

Ho iniziato a scrivere questo articolo il giorno in cui con le donne della Cerchia delle Lune di Torino abbiamo celebrato l’imminente parto di una di noi, una cerimonia delicata e amorevole in cui dalla più anziana alla più giovane abbiamo mandato le nostre benedizioni alla mamma e al suo bambino e sono tornata a casa con la consapevolezza che nessuna donna del gruppo aveva mai potuto vivere un evento di questo genere prima di diventare madre. Credo che quel giorno abbiamo donato a ognuna di noi, a questa mamma e al suo piccolo, qualcosa di profondo e potente, ma nulla di tutto ciò poteva essere fatto senza il lavoro di Marija, senza le sue incredibili intuizioni, senza la forza e la centratura con cui ha continuato il suo lavoro, nonostante i numerosi e potenti dissuasori.

Marija Gimbutas è stata una donna immensa, ha spalancato le porte affinché lo spirito del Femminile potesse di nuovo abitare il mondo, nutrire sogni collettivi e rieducarci ad agire in armonia con il cosmo. Piano piano, dopo cento anni gli effetti di questa rivoluzione si stanno solo intravedendo, ma come ci insegna la Vecchia dell’Inverno che custodisce con pazienza i semi nel suo ventre scuro, il buio che vediamo attualmente nel mondo è solo apparente immobilità.

Morena Luciani Russo

(1) Citazione dal documentario “Voice of the Goddess: Marija Gimbutas”, libero su Youtube
(2) Rimando al mio libro “Donne Sciamane”, Venexia 2012, per un approfondimento della visione oscurata della preistoria.
(3) “Il Linguaggio della Dea”, Venexia 2008

Consiglio anche la lettura dell’articolo di Luciana Percovich “Ricordando Marija” e di quello di Daniela Degan “Il Linguaggio della Dea”

FOTO  di Anna Lami, estratte dal convegno “Marija Gimbutas. Vent’anni di Studi sulla Dea”

Il documentario “Fantastic Fungi” e il potenziale ruolo dei funghi nella guarigione collettiva.

Praticate la micofilia? Mi riferisco al sentimento di simpatia e meraviglia, nel mio caso di amore smisurato, per quegli esseri così piccoli e potenti quali sono i funghi. Le culture della dea erano micofile, come già scrissi nel mio libro “Donne Sciamane”. Le nostre antenate e i nostri antenati sapevano quanta sapienza si cela dentro i funghi, li consideravano cibo, medicine e non ultimo guide spirituali.

In questo breve articolo vorrei parlarvi del documentario “Fantastic Fungi” che ho visto recentemente e che esplora le innumerevoli funzioni che i funghi svolgono sulla Terra.
I funghi sono stati primi organismi ad approdare sulla terraferma, circa 1,3 miliardi di anni fa, molto prima delle piante. Possiamo considerarli come il sistema digestivo della foresta e sono coloro che creano il suolo da cui nasce la vita. Il micelio, che forse dovremmo chiamare “la micelia” crea le connessioni tra le piante in un bosco, rigenera e ricrea la vita che decade, è la Grande Madre di ogni cosa. Camminare sulla Terra, vuol dire essere sostenut* da un’infinita rete di micelio sotterraneo da cui tutt* alla fine discendiamo. La cosa più interessante è che il micelio è un organismo autoapprendente e autosufficiente, ha una sua coscienza e una delle ipotesi è che siano stati i funghi, in particolare quelli con caratteristiche psicoattive a creare le connessioni cerebrali che permisero il pensiero e il linguaggio nei primi ominidi.

Fungo Reishi


Inoltre come sostiene Paul Stamets, uno dei protagonisti del documentario, si è visto che alcuni funghi influenzano in maniera così profonda noi esseri umani, tanto da stimolare la neurogenesi e aiutarci a cambiare gli schemi di comportamento che abbiamo introiettato durante la nostra vita, magari proprio quegli schemi che sono responsabili del nostro malessere psichico e/o fisico. Questo non solo ci dice che il nostro cervello è plastico, è capace di guarire ed è capace di crescere ma anche che attraverso i funghi possiamo aumentare la nostra intelligenza, diventare più felici e invecchiare molto meglio.
Nel film sono riportati i benefici terapeutici del fungo Reishi e l’esperienza della madre dello scienziato guarita da un cancro al seno grazie al fungo Criniera di Leone, un cancro avanzato che la medicina ufficiale aveva dato per incurabile. A questo aggiungiamo che nel momento di emergenza ecologica in cui ci troviamo, i funghi possono essere una medicina per la nostra stessa Madre Terra, infatti alcune ricerche scientifiche hanno dimostrato che sono prontamente capaci di rigenerare terreni contaminati dal petrolio, da residui nucleari e pesticidi.
L’ultima parte del documentario è dedicata ai benefici delle terapie con funghi psilocibinici, i piccoli funghi sacri usati, fin dai primordi, in contesti sciamanici di ricerca interiore e guarigione dell’anima. Gli studi di psicoterapia con psilocibina hanno dimostrato effetti portentosi su pazienti affetti da depressione e ansia e su malati terminali. Sono infatti riportate le testimonianze di due malat* di cancro che dopo aver ingerito psilocibina hanno completamente trasformato il loro modo di vivere la malattia e di vedere la morte. “Ho vissuto l’esperienza più incredibile della mia vita, non ho mai sperimentato così fortemente il senso di essere amata, di valere qualcosa, di essere importante per qualcuno” afferma una delle donne che hanno partecipato all’esperimento.

Psilocybe Semilanceata


I funghi cambiano la nostra visione del cosmo e ci fanno prendere coscienza di quanto sia limitato il senso di realtà che abbiamo ereditato dalla cultura antropocentrica e gerarchica. E come dice Stamets “Un giorno mi decomporrò, voi pure, sì moriremo! Ma è tutto ok, perché entreremo nel MICOVERSO . La nostra relazione con i funghi è per sempre!”
Credo che il messaggio di questo documentario sia davvero importante, i funghi potrebbero essere le nostre massime guide nel processo di guarigione collettiva a cui siamo chiamat* nel tempo che stiamo vivendo, prima che sia troppo tardi.

Potete guardare il documentario a questo link, per ora solo in inglese, ma mi auguro che venga presto almeno sottotitolato.

Il dono del pane e lo sciamanesimo femminile

Intervento di Morena Luciani Russo al convegno internazionale “LE RADICI MATERNE DEL DONO”, atti del convegno pubblicati da Vanda Ed. 2016.

 

Chi non ha visto chiesa adora i forni.

Detto sardo

 

Panificatrici sarde (fonte: aa.vv. 2005)

 

Affrontare il tema del dono dal punto di vista della spiritualità è importante e necessario perché, come si evince dalle ricerche con cui ci stiamo confrontando, le società matriarcali, che hanno la caratteristica di fondarsi su un’economia del dono e su un’equa distribuzione dei beni, sono anche caratterizzate da una profonda attitudine spirituale che permea ogni aspetto della vita, una spiritualità orientata alla terra e ai suoi cicli naturali, dove tutto ha origine da una concezione del sacro al femminile (Heide Goettner-Abendroth 2012).

Dal mio punto di vista di studiosa e praticante dello sciamanesimo, ritengo che il dono sia un concetto cardine delle pratiche sciamaniche delle donne, un concetto che è bene rispolverare per capire quale fosse lo spirito che animava e tuttora anima tali espressioni del femminile. Per troppi anni queste funzioni fondamentali non sono state riconosciute né narrate dai vari studiosi, perlopiù uomini, di antropologia e di storia delle religioni, i quali ci hanno trasmesso un’idea di sciamanesimo accordata al neutro maschile che poco ha a che vedere con il significato originario[1].

Cercando di sintetizzare, possiamo affermare che la visione maschile dello sciamanesimo ha messo in evidenza le doti fantasmagoriche degli sciamani, le personalità ego-centrate ed eccentriche, il ruolo sociale e politico e, nella versione moderna, il percorso spirituale di guarigione come crescita personale individuale.

In questo quadro, nell’accezione positiva le donne emergono spesso come guaritrici e abili artigiane, in quella negativa come megere, streghe, ossesse e incantatrici. Ma mi soffermo sulle caratteristiche femminili “positive”, che ne abbiamo bisogno!

Ciò che è stato definito “artigianato”, escluso dalla sfera dell’arte, poiché spesso aveva scopi di utilizzo nella vita di tutti i giorni, definiva semplicemente la visione ciclica matriarcale, dove la dimensione sacra e quella quotidiana sfumano l’una nell’altra.

Il cucito, il ricamo, la decorazione di oggetti o dei muri della casa e prima ancora delle grotte, la preparazione del cibo, l’intreccio di vegetali per confezionare cesti, sono la testimonianza dei processi di trasformazione che le donne di tutto il mondo sapevano compiere con le loro mani e il loro corpo e che in alcuni momenti di passaggio – la nascita, il diventare adulti, la morte, il matrimonio o in altri legati al calendario sacro annuale – assumevano ancora di più una connotazione rituale.

Antropologi e antropologhe si sono spesso dibattuti sul significato e il senso dei rituali, ma come al solito la nostra conoscenza occidentale è sempre il frutto di una frammentazione. C’è chi ha sostenuto come primaria la funzione sociale dei rituali, chi quella religiosa, chi quella religiosa come stadio iniziale per supportare la funzione sociale rinsaldante all’interno della comunità o chi, come De Martino, riconosceva il rito come la risposta umana al mistero e alla grandezza della natura, ma nel senso di un bisogno di controllo della stessa, per evitare di sentirsi sopraffatti.

Come dicevo, questi sono punti di vista maschili, molto patriarcali. Credo che quasi nessuno si sia mai chiesto che cosa fossero e siano le cerimonie rituali gestite dalle donne o che cosa facciano le donne durante questi momenti. Principalmente e primariamente le donne preparano delle offerte, ma nei millenni in cui gli uomini hanno avuto il ruolo di capi politici e spirituali non se ne è compreso il significato. L’offerta è rimasta, per così dire, marginale, periferica rispetto ad altri aspetti del rituale, magari più performativi. E le offerte sono chiaramente dei doni. Ma i doni, le offerte, i rituali non si comprendono se si rimane in una visione lineare, mentre le culture indigene e contadine, rimaste più vicine alla concezione ciclica della natura, hanno mantenuto il significato più originario del rituale inteso come dono. Dal punto di vista sciamanico femminile i rituali sono azioni che mirano a ristabilire un equilibrio tra tutti i livelli dell’esistenza: fisico, psicofisico, sociale, politico e spirituale. Flavio Pinto, amico e studioso di scritture antiche, mi ha fatto notare che, andando oltre l’etimologia greca e latina e rifacendoci al sanscrito, in quanto arcaica lingua indoeuropea, possiamo scoprire cose molte interessanti sul significato di alcune parole. Ho quindi messo a fuoco che la radice rta contenuta nella parola rituale ha numerosi significati, tra i quali mi sembra interessante evidenziare i sostantivi salute, azione sacra, regola e gli aggettivi onorato, rispettato.

I rituali servono a mettere “or/dine”, e già nella parola ordine troviamo, per assonanza, anche la parola dono, che in sanscrito è dana o dhana, la cosa di valore, ciò che ho di prezioso, l’offerta. Nel rituale offro una cosa preziosa, dunque possiamo dire che il rituale si fonda sul dono.

C’è però un altro passaggio da fare, perché nell’ottica occidentale questo tipo di dono aveva un fine utilitaristico, per cui è stato banalizzato nel concetto di scambio. Noi prepariamo un rituale per raggiungere un certo obiettivo, per ottenere ciò che desideriamo, e in effetti dopo un rituale si riceve realmente qualcosa, ma non è quello lo scopo per il quale lo si fa. Il rituale non è scambio. In un’ottica ciclica-matriarcale è primariamente dono, ringraziamento, celebrazione.

Forni neolitici (Fonte, M. Gimbutas, Il Linguaggio dell Dea)

Da sempre le donne hanno utilizzato le proprie doti creative e spirituali per creare doni speciali per la Datrice di Vita Cosmica e celebrare i cicli della natura, e tra questi doni speciali ne spicca uno in particolare che possiede un grande significato per l’area europea e mediterranea, quello della panificazione rituale. Il pane è stato al centro delle cerimonie femminili sin dal neolitico, tanto che Marija Gimbutas (2008) evidenzia la presenza di forni per il pane in buona parte dei templi alla dea dell’antica Europa. Le pagnotte avevano spesso la forma di parti del corpo della Signora della Vita, come natiche, vulva e seni, ed erano decorate con gli antichi simboli di vita e rigenerazione, come possiamo osservare dalle immagini nei libri della studiosa. Gli stessi forni in cui si cuoceva il pane erano antropomorfizzati e mettono in evidenza occhi e bocca, in alcuni casi ricalcano la forma di un ventre gravido da cui emerge addirittura una protuberanza che ricorda il cordone ombelicale.

Come ricorda Kathy Jones (2013), il pane rappresentava il processo sacro di trasformazione della Signora del Grano, la Dispensatrice di Vita, per questo era inserito all’interno dei templi.

La radice sanscrita pan mostra tra i vari significati anche quello di onore, essere degno di ammirazione, quindi possiamo affermare che ciò che sostiene la vita è degno di ammirazione, prezioso, è il dono per eccellenza; questo è uno dei motivi per i quali si è data tanta attenzione al pane.

Sappiamo che la visione ciclica della natura come fanciulla primaverile, madre del raccolto e nutrice e vecchia rigeneratrice fluì nel mondo ellenico attraverso le figure di Persefone, Demetra ed Ecate, e che il pane rituale era il punto focale dei famosi Misteri Eleusini che ogni anno si svolgevano in loro onore in autunno.

Vi ho portato fino a Demetra e Persefone perché nella mia ricerca ho trovato alcuni rituali che si svolgono ancora in Italia e che sono probabilmente intrecciati con quell’antica diade cosmica. Vi racconterò del modo in cui le donne preparano e svolgono queste feste sacre, perché ci danno maggiormente l’idea di come all’interno di una comunità agisce la spiritualità del dono.

La prima festa si svolge a Goriano Sicoli, in Abruzzo, una festa antichissima sincretizzata poi nel culto cristiano di santa Gemma, che vede protagoniste una giovane ragazza e una commare, termine dialettale che indica una donna matura. La ricorrenza si svolge tre volte all’anno, con la celebrazione più importante a maggio, nel cuore della primavera, e di cui abbiamo testimonianza grazie al prezioso lavoro di Paola Di Giannantonio.

La festa viene gestita ogni anno da una coppia diversa di sposi che organizzano i preparativi durante tutto l’anno, coinvolgendo l’intero paese. Questo passaggio, in passato, aveva anche un significato di ridistribuzione dei beni, poiché si cercava di favorire le famiglie più povere, garantendo loro viveri e risorse per far fronte allo squilibrio economico.

Alla coppia, definiti come il procuratore e la procuratrice, vengono affidate le chiavi della Casa di Santa Gemma, il luogo sacro dove avverrà la panificazione e si raccoglieranno durante l’anno tutti gli elementi necessari allo svolgimento del rito. La procuratrice e il procuratore si spartiscono i compiti di raccolta del grano, del mosto, delle uova, delle offerte in denaro ecc. La cosa meravigliosa è che ogni famiglia offre ciascun elemento secondo le proprie possibilità, quindi il grano di ognuno viene raccolto e conservato nella casa insieme ai mosti, che vengono mescolati e messi nelle botti in cui diventeranno vino.

Le donne si ritrovano la notte del 30 aprile[2] per ammassare il pane presso la Casa di Santa Gemma. La procuratrice ha il compito di precedere il gruppo accendendo il fuoco, che dovrà tenere acceso per i tre giorni e le tre notti della preparazione rituale. È importante notare che la custodia del fuoco è un tipico elemento sciamanico femminile.

La panificazione parte con il rinfresco della “madre”, il lievito naturale; in passato anche questo era il frutto della mescolanza dei lieviti di tutte le famiglie. Le donne lavorano su una lunga tavolata, impastando i filoni e passandoseli uno per volta, in modo che ogni pagnotta tocchi le mani di ognuna. I filoni vengono decorati con tre tagli equidistanti e le iniziali di santa Gemma (S e G), dopodiché in passato le donne si occupavano di infornare il pane e di riportarlo alla Casa, mentre oggi il compito di trasportare il pane al forno viene lasciato agli uomini, anche se tuttora essi non possono entrare nella Casa durante il rito e aspettano che siano le donne a consegnare loro le pagnotte sull’uscio.

Le donne del paese si danno il cambio lavorando ininterrottamente per tre giorni e tre notti e, una volta cotto, tutto il pane viene sistemato in una stanza secondo una particolare disposizione. Qui rimarrà fino all’11 maggio, il giorno tanto atteso della festa, quando le madri posizioneranno i cestini ritualmente decorati sulla testa delle giovani e li riempiranno con le pagnotte. L’usanza prevede che le ragazze giovani non siano autorizzate a entrare nella stanza, a loro spetta il compito di distribuire il pane sacro a tutto il paese e a chi si unisce alla festa.

Panificazione di S.Gemma(fonte: Di Giannantonio 2005)

 

Camminata col cero (fonte: Di Giannantonio 2005).

 Questo pane non ammuffisce, viene baciato alla consegna, conservato in casa e mangiato durante il corso dell’anno con devozione. Il clou della cerimonia religiosa è l’incontro tra la giovane ragazza che rappresenta la santa, la quale giunge a piedi dal paese vicino portando un grosso cero e incontra la commare nella Casa. E a cosa ci riconduce questa azione rituale se non al mito di Demetra che ritrova Persefone!

 

Scendendo un po’ più in basso, in Campania, a Castelvetere sul Calore, in provincia di Avellino, il 28 aprile si celebra una festa dedicata alla Madonna delle Grazie. Nelle tre settimane precedenti tutte le donne del paese impastano e infornano un pane a forma di piccola ciambella, chiamato tortano.

Queste ciambelline andranno a costituire un enorme altare alla Madonna: si stima una preparazione di circa 45.000 tortani che si appoggiano l’uno sull’altro fino a formare una meravigliosa e consistente struttura.

Il pane viene impastato ritmicamente da gruppi di donne in grandi madie di legno con un movimento molto simile a una danza; la farina viene donata dalle famiglie dell’intero paese, e durante la lunga preparazione le “nutrici” intonano continui canti (pensate quanta energia collettiva è stata raccolta in questi pani!). L’ultimo giorno di panificazione, il 25 aprile, ogni partecipante al rituale si lava il viso e le mani con la stessa acqua in un’unica bacinella.

Le protagoniste della cerimonia sono un gruppo di bambine che avranno il ruolo di dispensatrici, cioè anche qui, come nel caso precedente, nel giorno sacro distribuiranno il pane a tutto il paese.

Bambina vestita ritualmente per la Festa del Tortano, dedicata alla Madonna delle Grazie (fonte: sito web del comune di Castelvetere sul Calore).

Nei giorni precedenti il rito, le famiglie delle dispensatrici raccolgono l’oro di parenti, amiche e amici, come bracciali, collane, ciondoli, e catalogano ogni pezzo in modo da poterlo restituire dopo la festa; tutti i gioielli vengono cuciti sulle vesti delle bimbe fino a formare un vero e proprio corpetto. Personalmente trovo molto bella questa celebrazione della bambina come veicolo del sacro, il cui compito è quello di portare benedizioni alla comunità, mi ricorda la “dimenticata” dea bambina di cui parla Mario Bolognese[3].

Il tortano è sacro e protettivo, viene mangiato ma anche appeso in casa, nei locali pubblici e addirittura, nella versione più piccola e moderna, in automobile.

Altare di pane (fonte: sito del comune di Castelvetere sul Calore).

 Produzioni simili di pani rituali le ritroviamo in diverse zone del Sud Italia, come Puglia e Sicilia, tuttavia dedicherò quest’ultima parte a una produzione davvero speciale, quella sarda.

Su di essa è stato pubblicato un eccelso catalogo (aa.vv. 2005) in cui possiamo osservare due donne con meravigliosi abiti cerimoniali intente a infornare un pane decorato con uccelli e forme naturali. Anche in Sardegna il pane era impastato, decorato e infornato dalle donne.

Il pane rituale è talmente importante in questa terra che è considerato una delle arti sarde per eccellenza. E in effetti ne esistono davvero forme molteplici per tutte le ricorrenze importanti, come la festa dei morti, i matrimoni, ma anche per gli incantesimi, addirittura ci sono pani giocattolo per bambine e bambini.

Donne pronte per la processione dei pani di Lei (fonte: www.sardegnadigitallibrary.it)

Tra i pani più elaborati ci sono le forme denominate Sa Coccoi, che le donne del paese di Lei, in provincia di Nuoro, preparano in piccoli gruppi tra il 24 e il 25 aprile e offrono per la festa di san Marco in un piccolo santuario nella natura. Ne fanno di forati al centro oppure di più piccoli pieni offerti in piccoli canestri. Sono davvero gorgoglianti di vita, di nidi di uccelli, fiori, foglie e frutti. Alcuni vengono messi uno sull’altro, incartati e decorati con nastri, e le donne li portano su bastoni durante tutta la processione.

Un’altra usanza prevede la creazione di pani decisamente vulvari, che vengono donati dalla donna al suo futuro sposo, denominati Is Pillosas.

Is Pillosas (fonte: aa.vv. 2005).

 

L’importante studio di Salvatore Dedòla (2008) mostra come il sardo sia molto più affine all’accadico pre-indoeuropeo che al latino; secondo il glottologo Pillosa deriverebbe dall’accadico Pell-usu, traducibile in “uovo di oca”. Credo che tutto questo faccia ripensare all’uovo cosmogonico, simbolo della Madre della Vita, di cui parlava Marija Gimbutas, che troverebbe un’effettiva corrispondenza nella forma vulvare.

Altre pagnotte hanno la forma di seni e ne esiste uno in particolare che raffigura una figura femminile con molte mammelle, simile all’Artemide Efesina; questi pani venivano confezionati e dati alle bambine (Dedòla 2008).

 

Pizzinna, scultura di pane simile all’Artemide Efesina (fonte: aa.vv. 2005).

 

Rimanendo in un’ottica di celebrazione della vita, anche la sposa in Sardegna riceve il suo pane, questa volta in forma fallica, consumandolo il giorno stesso della cerimonia.

Tra le varie forme rituali prodotte dalle donne vi è un altro importante pane, la Pippia de Caresima, una sorta di bambola-calendario a cui si stacca ogni settimana una gamba per contare i giorni che separano dalla Pasqua.

Inoltre, sempre attraverso le ricerche di Dedòla, siamo a conoscenza di una pane forato, una sorta di ciambella ellittica denominata Sa Forrottula, che seguendo la revisione linguistica deriverebbe dall’accadico Burrutu con l’aggiunta dell’aggettivale sardo la, con il significato finale di “servitrici del tempio”: sembra infatti che questo fosse il pane delle sacerdotesse che praticavano la prostituzione sacra; a tal proposito, si stima che in Sardegna ci fossero oltre 17 siti dedicati a queste pratiche. Prostituzione sacra o sessualità sacra? Non è un discorso che possiamo fare qui oggi, ma è molto facile che facciamo riferimento al termine prostituzione perché interpretiamo attraverso le nostre categorie di pensiero e non quelle dei popoli antichi.

Cocone e’ Frores (fonte: aa.vv. 2005).

Come ultimo esempio di dono rituale vorrei mostrarvi la meravigliosa composizione che le donne di Fonni, in provincia di Nuoro, eseguono per la Festa di San Giovanni il 24 giugno. Si chiama Cocone e’ Frores, traducibile in “dolce[5] a forma di tempio elevato e cotto al forno”.

È una struttura alta sei, sette metri composta da circa 250 colombi e gallinelle che viene trasportata durante la processione di san Giovanni e mangiata e distribuita alla comunità a fine agosto.

Questo excursus per dimostrare quante ore e quanto impegno le donne hanno dedicato all’arte rituale, in questo caso il pane, ma potremmo citare tantissimi altri esempi in ogni parte del mondo, e quanto l’aspetto creativo del dono rituale possa permettere alle donne di vivere e di far ri-vivere la dimensione sciamanica dell’esistenza e di metterla al servizio di una nuova società.

 

 

 

 

 

GUARDA IL VIDEO DEL CONVEGNO. Dal minuto 40:00 c’è la sezione dedicata alla spiritualità con Morena Luciani Russo, Vicki Noble, Letecia Layson e Camilla 

Bibliografia

aa.vv. (2005), Pani. Tradizione e Prospettive della Panificazione in Sardegna, Ilisso Edizioni.

Dedòla S. (2008), I Pani della Sardegna, Grafica del Parteolla.

Di Giannantonio P. (2005), Demetra per sempre. La festa delle donne a Goriano Sicoli. Culti alternativi agrari nella Valle Subequana e nella Valle Peligna, Margaret Fuller Edizioni.

Gimbutas M. (2008), Il linguaggio della Dea, Venexia.

Goettner-Abendroth H. (2012), Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo, Venexia.

Jones K. (2013), La Dea nell’antica Britannia, Psiche 2.

Luciani M. (2012), Donne sciamane, Venexia.

[1] Per una più accurata definizione di questo passaggio rimando al mio testo, Donne sciamane (2012).

[2] Evidenziamo che si tratta di una notte del calendario sacro antico, la veglia del Primo Maggio.

[3] Mario Bolognese è scrittore, poeta e formatore, esperto in educazione gilanica. Nei suoi libri mette in luce l’importanza della dea bambina, cancellata dalla cultura patriarcale.

[5] Dolce, perché si tratta di un pane dolce.

Una Cerimonia per Madre Terra, Articolo di Morena Luciani Russo

Risvegliare la forza dell’Orsa e rimettere radici nella Terra


© Anna Lami Photografia

© Anna Lami Photografia

Lo scorso 18 marzo 2016, in occasione del convegno “Culture Indigene di Pace. I Sentieri della Terra”, abbiamo preparato una grande festa per celebrare la Madre della Vita e l’Equinozio di Primavera. In questi anni ho direzionato il mio lavoro verso l’ espressione del femminile in forma animale e dell’ energia sciamanica custodita nei nostri corpi di donne, che ci vede sorelle e figlie di tutte le creature della Terra. Orse, serpentesse, volpi, poiane e civette, tigri  o piccole api ronzanti, la Signora della Vita è in  ciclica  trasformazione, assume le forme più disparate e noi impariamo a fluire con lei, a seconda della necessità del momento e del luogo.

In questo caso la cerimonia era dedicata all’Orsa, la più antica e amata rappresentazione della Natura Selvaggia del nostro emisfero, Signora della Montagna, delle Foreste, delle Grotte e delle Stelle.

Jelly Chiaradia, © Anna Lami Photografia

Chi più di lei è stata violata e dimenticata ?

Il rituale cominciava con la sua morte, nel monologo dell’attrice Jelly Chiaradia e  il bastone che la raffigurava cadeva similmente a come cadde il patto tra noi e colei che ci diede la vita nella sua spirale. E così

 [..]Muore la terra

Ogni volta

Che tu hai paura

Del movimento misterioso

Incompreso

Offeso dalla indecenza di un pensiero corrotto

Che ha trasformato

La magia di parole ancestrali

In un letargo della libertà con le sue vibrazioni d’amore

Raccolte e sepolte ora (1)

Emanuela Sposato e Isabella Landi, Foto di Fabio Rupoli

Alessia De Gasperi, Daniela De Stefanis, Isabella Landi e Emanuela Sposato, © Fabio Rupoli

Nel silenzio e nel buio della notte sono arrivate le Volpi. Le Volpi sono figure chiavi del mio percorso di sciamanesimo e sono sempre più convinta che portino un grande insegnamento alle donne contemporanee, poiché sono in grado di camminare sulla corda che unisce la vita e la morte, sanno saltare e fare il verso al mondo mostrando l’irriverenza del Femminile, la sensualità, la verità del grottesco e del buffo, il dolore che si rigenera e risveglia.

 

Morena Luciani Russo e le volpi, © Anna Lami Photografia

Ma chi può ridestare la forza dell’Orsa da un inverno così lungo che pare simile alla morte? Le volpi si fanno messaggere e richiamano le donne ad agire attraverso il potere della loro Vulva, la Cavità e il Vuoto da cui tutto si genera,  e tra le risate, i canti e i tamburi esse liberano la loro Anima-Orsa scon-volgendo e coin-volgendo tutto il pubblico. Il bastone ursino abbandonato sul suolo arido torna vivo e germogliante nelle mani di chi si assume la responsabilità di rimetterlo in piedi e viene affidato ad un giovane uomo e ad una giovane donna affinché sia riportato in un luogo speciale,  in questo caso al centro di un labirinto con le sue guardiane, le quali ci ricordano  che acqua, terra, fuoco e aria sono gli elementi di cui tutte e tutti noi siamo costituite/i.

Morena Luciani Russo, Laura Ghianda e Mattia Rossi, © Anna Lami Photografia

Sarah Perini, © Anna Lami Photografia

Qui i canti e i tamburi continuano ad accompagnare donne, uomini, bambine e bambini desiderosi di portare fiori e offerte con gioia e commozione. Perché questo è uno spazio “sacro”, uno spazio in cui ritorniamo a ringraziare colei che ci nutre e ci sostiene, una cerimonia collettiva in cui disperdiamo il nostro ego e l’animale e l’anima si uniscono. Ci ritroviamo Orse e Orsi e radicalmente, come diceva Mary Daly, riaffondiamo le Radici nella Terra, unendoci in suo nome e risanando la ferita inferta al Femminile da quasi 5000 anni.

© Anna Lami Photografia

Queste sono le cerimonie delle donne, quelle di cui il mondo ha bisogno per riunire in sé la parte di umanità che vuole vivere libera dal sistema patriarcale e dominatore.  Queste sono le follie di cui sono capaci le donne,  cerimonie ad alto voltaggio empatico ed emotivo che sanno curare dentro e fuori.

(1) Estratto dal monologo di Jelly Chiaradia

Cerimonia a cura di Morena Luciani Russo in collaborazione con Sarah Perini e la partecipazione di:

Licia Chitaroni, Matilde Bellazzecca, Enza Ferragina, Elena Ribet, Jelly Chiaradia, Francesca Rugi, Sabina Violante, Daniela Degan, Lina Rossini, Daniela De Stefanis, Alessia De Gasperi, Emanuela Sposato, Isabella Landi, Giovanna Clerico, Grazia Carlino, Valentina Ares, Federica Carmana, Titti Bertolin, Mattia Rossi,  Laura Ghianda.

Preghiera alla Madre del Suono

Ma-oh-Ma
Ma-oh-Ma

Madre Infinita del Suono,
centro da cui tutto sgorga,
guida le mie mani sul tamburo
e insegnami a trovare dimora in te.

Porta il mio ritmo nella cavità del tuo utero,
nel vuoto senza inizio né fine.
Espandi il mio cuore con il tuo dolce vento
mentre onoro le cinque direzioni
e tutte le creature.

Possa accompagnare con il mio ritmo
tutto ciò che si fa luce nel mondo
e tutto ciò che muore e ritorna in te.

In una mano tengo il Sole
e nell’altra la Luna,
in una mano tengo il Vento
e nell’altra la Terra
e tutti gli elementi rimescolo

all’interno del grande cerchio.

Possano gli uccelli gioire del mio ritmo,
possano gli alberi gioire del mio ritmo,
possano le pietre gioire del mio ritmo,
possano le acque gioire del mio ritmo.

Possano le mie gambe gioire del Tuo ritmo,
possa il mio sangue gioire del Tuo ritmo,
possa io suonare per unire e non per dividere.

Io sono la rosa che apre i suoi petali
e tu il mio centro.

E finalmente non so più chi sono.

Ma-oh-Ma
Ma-oh-Ma

Immagini e Testo © Morena Luciani Russo.

Ai sensi della legge legge 248/00 il presente materiale può essere utilizzato solo citando l’autrice e la fonte.

L’Arte della Purificazione e il Business delle Erbe Sciamaniche

 

Nelle ultime settimane si è fatto un gran parlare dell’iniziativa della catena di cosmetici Sephora di mettere in vendita un “kit della strega”, una scatola che, tra le altre cose, conteneva la Salvia Bianca, pianta sacra delle popolazioni native della California, il cui fumo viene usato nella purificazione sciamanica. I gruppi nativi si sono ribellati con un’accesa battaglia virtuale, spiegando come la salvia sia  una medicina tradizionale, che a causa del business creato negli ultimi anni a livello globale, è ormai a rischio di estinzione. Le proteste sembrano aver funzionato e il kit ora non è più sul mercato, ma credo sia importante fermarsi a riflettere cercando di portare chiarezza su un punto importante.

In quasi tutte le cerimonie sacre si bruciano erbe e incensi, ma non é semplicemente l’atto di bruciare una pianta a fare una vera “purificazione”. Nello sciamanesimo le piante sono alleate come gli animali e le pietre, non per tutte e tutti sono le stesse ed il loro potere non deriva semplicemente dal principio vegetale attivo, ma risiede nella relazione che impariamo a creare con esse qui, nella terra che calpestiamo, nei luoghi che amiamo. Negli anni impareremo a fare i giusti avvistamenti, a raccogliere sempre poco da ogni pianta, a ringraziare e lasciare qualcosa in cambio, che nutra magari gli altri esseri della Terra. A farci trovare piuttosto che a cercare.
Non c’è nulla di male a provare erbe di luoghi lontani, ma abbandoniamo l’idea che sia sufficiente comprare un bastone di salvia per pulire la bolla energetica di una persona o un luogo. Se non c’è connessione, se non c’è rivelazione, agiremo sempre e solo in superficie.
Non vi svelerò quali sono le piante che io uso e raccolgo, ma voglio raccontarvi questo. La mia amica Giovanna ha coltivato e poi raccolto le sue piante di lavanda. A loro ha cantato durante la crescita, le ha accudite e poi al momento giusto, tagliate, seccate e ripiegate con arte, in modo che continuino a bruciare per un po’ e infine legate con un bel nastro viola.
Quando brucio la sua lavanda io non sento semplicemente la lavanda, ma l’amore che lei e Giovanna hanno nutrito insieme e che cura e rende più dolce la mia casa. Solo nella relazione poetica e affettiva tra noi e il mondo si attiva la magia, le piante allora ci offriranno il loro dono sciamanico e noi impareremo davvero a muoverci in modo sacro. Quindi che le Giovanne e i Giovanni abbondino nelle nostre vite!

Immagini e Testo © Morena Luciani Russo.

Ai sensi della legge legge 248/00 il presente materiale può essere utilizzato solo citando l’autrice e la fonte.

 

Morena Luciani Russo è artista rituale, suonatrice di tamburo e ricercatrice del sacro femminile, leggi la bio QUI.

 

Morena Luciani Russo: la ricerca della Dea e lo sciamanesimo

Intervista di Francesca Bianchi per FT News

9 Gennaio 2019

FtNews ha intervistato Morena Luciani Russo, artista rituale, insegnante di sciamanesimo femminile e libera ricercatrice nel campo delle scienze sociali, con particolare attenzione all’antropologia del sacro femminile, all’archeomitologia e allo studio degli stati modificati di coscienza e dei sistemi di guarigione.
Per i lettori di FtNews la studiosa, che ha all’attivo una laurea in Antropologia presso l’Università degli Studi di Torino, ha ripercorso i suoi primi passi nel mondo della spiritualità femminile, dello sciamanesimo e delle culture matriarcali. Fondamentale per questa svolta è stato l’incontro con Vicki Noble, ricercatrice, scrittrice, studiosa delle culture matrifocali e, soprattutto, maestra spirituale che ha portato il risveglio del femminile nel mondo. Nel corso degli anni la ricerca spirituale ha assunto per la Luciani Russo un ruolo sempre più importante, inducendola a dedicarsi alla meditazione e alla pratica con il tamburo come esperienza conoscitiva e ad organizzare i primi cerchi di donne, da lei considerati una grande forma di guarigione collettiva ed individuale.
Fondatrice dell’associazione culturale Laima, nata in onore di Marija Gimbutas con l’intento di promuovere la cultura matristica e la spiritualità femminile, la studiosa è autrice del libro Donne Sciamane, pubblicato nel 2012 per Venexia Editrice. Nel corso della nostra conversazione, si è soffermata anche sullo sciamanesimo femminile, sottolineando l’importanza di essere sciamane nella nostra epoca per portare il sacro nella vita quotidiana e superare l’idea patriarcale che la divinità sia in una dimensione trascendente.
La studiosa ha infine parlato dei progetti a cui attualmente sta lavorando e del ritiro sciamanico che ogni anno, nel mese di luglio, organizza tra le vette della Val di Susa, luoghi dove vive e a cui è particolarmente legata.

Morena, Lei è laureata in Antropologia e ama definirsi artista e libera ricercatrice nel campo delle scienze sociali. Di cosa si occupa esattamente?
Definirsi è sempre complicato. L’arte mi ha portato a compiere delle ricerche in campo antropologico, indagando in particolare il mondo arcaico che ha da sempre catturato la mia attenzione e la mia voglia di conoscere. In quanto artista, la mia via di conoscenza non è lineare, non si muove solo attraverso i libri, ma si nutre di simboli e di intuizioni. In quanto donna, mi ha richiesto un salto ulteriore: comprendere e trovare una chiave di accesso alla realtà, anche a quella simbolica e spirituale, che mi appartenesse e che non fosse mutuata dal sapere maschile con cui mi ero formata, del resto tutte e tutti noi siamo cresciuti così.

Quando è nato in Lei l’interesse per la spiritualità legata al culto della Grande Dea e per le società matriarcali? Ci racconti qualcosa del Suo percorso sulle tracce della spiritualità femminile...
Diciassette anni fa sicuramente ho vissuto una vera e propria chiamata verso il mondo del sacro femminile, anche attraverso il mio primo parto, come racconto nel mio libro. Quando trovai per caso “Il Risveglio della Dea”, il libro di quella che sarebbe diventata una delle mie maestre più importanti, cominciai a rivoluzionare il mio modo di vedere le cose e a comprendere perché mi erano arrivate così tante immagini femminili, così insolite, senza braccia, con grandi ventri e grandi seni. Qualcosa di profondo si stava disvelando; era così entusiasmante e spaventoso allo stesso tempo. Sapevo ancora troppo poco, ma sentivo che dovevo scavare, scavare, che c’era qualcosa di grande che mi aspettava dall’altra parte. Eppure potevo fare poco, avevo un bambino piccolo, un dottorato non pagato, una storia che non funzionava. Avevo, all’epoca, poche persone con cui condividere quel percorso e la solitudine non è una buona amica in un percorso rivoluzionario, ma studiavo quanto più possibile. Poi arrivò una grande serpentessa a salvarmi dalla mia vita sbagliata, oggi posso sorriderne, però una mattina mi svegliai e sopra al letto vidi come delle sbarre, non respiravo più e non potevo muovermi. Quell’incontro sciamanico non mi diede tregua, fino a quando non scelsi veramente me stessa, e scegliere me significava anche ridare dignità alla via della Grande Dea, come la definiva Marija Gimbutas. Così, con tutta la forza che non pensavo di possedere, cambiai la mia vita, e dopo poco tempo conobbi Vicki Noble e tutte le mie compagne dakini, con cui iniziai un percorso di spiritualità femminile in Italia, e cominciai a tenere i primi cerchi di donne a Torino.

Nel 2010 ha fondato l’associazione culturale Laima. Di cosa si occupa questa Associazione? Con quali obiettivi è nata?
Laima è nata per onorare Marija Gimbutas e tutte le donne e gli uomini che portano nuove visioni per uscire dalla struttura patriarcale della società. Laima per me è la dimostrazione che le donne che trovano il proprio centro spirituale attraverso le esperienze in cerchio possono trasformare la propria vita ed imparare a relazionarsi in modo differente, senza competizioni e fuori dagli stereotipi stabiliti dalla cultura maschilista. Abbiamo fatto tante cose in questi anni; sul sito potete trovare un po’ della nostra storia.

Nel 2012 è uscito il Suo libro Donne Sciamane (Venexia Editrice), un’ottima lettura per tutte le donne che si accingono ad intraprendere un viaggio interiore alla scoperta di sé e delle energie insite nell’essere donna. Perché noi donne siamo sciamane per natura? Ci spieghi come definirebbe lo sciamanesimo femminile e quali sono le sue peculiarità…
Come dico nel mio sito, lo sciamanesimo femminile non è una religione, ma il richiamo che la natura, nostra Madre, sussurra nell’universo e che noi, sviluppando nuove forme di attenzione alla realtà, possiamo tornare ad ascoltare. L’espressione “sciamane per natura” era la dichiarazione di uno sciamano chukchee che sosteneva che le donne non avevano bisogno di chiamate o di particolari apprendistati. Questa affermazione servì a mettere in discussione l’assunto che queste fossero le uniche vie d’accesso al risveglio dei poteri sciamanici, caratteristiche più spesso attribuite agli uomini. Le donne attraverso il ciclo mestruale e il parto conoscono già la via che porta agli altri mondi e sono predisposte ad una visione ciclica e non lineare della realtà. Quando cominciano a portare attenzione a come l’energia si muove nel loro corpo e a comprendere come questa sia collegata alla realtà naturale, alla luna, alle stelle, agli alberi, agli animali, ai fiumi, alle montagne, allora si aprono alle energie sciamaniche.

Cosa significa, per Lei, essere una sciamana oggi?
Credo sia necessario fare una differenziazione. Aprirsi alle energie sciamaniche non è essere sciamane o sciamani. È la possibilità che ci diamo di entrare in relazione più completa con il mondo e di tornare a portare il sacro nella vita quotidiana, di superare l’idea patriarcale che la divinità sia in una dimensione trascendente, è il fare esperienza estatica, scoprendo che abitiamo tante dimensioni, dentro e fuori di noi. Essere sciamane implica un passo ulteriore, una scelta non nostra, non siamo noi a dirci “sciamane/i”, gli spiriti scelgono e poi è il mondo esterno che riconosce delle caratteristiche in noi, non in senso gerarchico, ma proprio come una grande madre che si occupa spiritualmente dei propri figli e delle proprie figlie. Del resto, come diceva Campbell, anche il significato di Lama era quello di la, inteso come “superiore”, e ma, come “madre”, madre superiore, nel senso della forma più alta di maternità. Questo per me è il significato che lo sciamanesimo rivestiva all’inizio dei tempi, quando le società erano matriarcali e centrate sul materno e sulla cura, della comunità e della Terra.
Non ci sono certificati per diventare sciamane, oggi va molto di moda, ma è molto più importante focalizzarsi sulle pratiche piuttosto che pensare ad avere certificati. Noi viviamo in una società individualista fondata sull’ego, mentre lo sciamanesimo è nato nella dimensione collettiva e può riportarci ad essa.

E il tamburo?
Il tamburo è una delle migliori guide che si possano avere. Se cominciamo ad usarlo in modo rituale, non semplicemente ludico o artistico, ci permette di entrare nella vibrazione del cosmo, di spazzare via tutto ciò che la mente crea di superfluo e non utile per la nostra vita. Se si è in gruppo, ha la capacità di creare e mantenere una buona, gioiosa energia collettiva, cosa non semplice in una cultura come la nostra. Per noi donne l’uso sciamanico del tamburo ha un significato ancora più profondo, perché ci aiuta ad espandere il nostro potere interiore. Ho visto tante donne in questi anni che sono proprio cambiate: arrivano timide e timorose, ma dopo due o tre esperienze sciamaniche con il tamburo, la loro energia si espande e cominciano ad emanare una grande bellezza e fierezza. Certo, non per tutte è così, non è che ogni donna sia affine a questo tipo di via sciamanica, ma lo è per molte. Le donne sono state le prime suonatrici di tamburi e stanno riscoprendo una parte importante di sé attraverso questo strumento. Il tamburo, i sonagli, i campanelli sono da sempre centrali nelle cerimonie del Sacro Femminile e anche per gli uomini possono essere un potente strumento per riavvicinarsi all’energia della Grande Madre.

Cos’era, secondo Lei, il culto della Dea?
Non pensiamo ad un culto: ci porta fuori strada perché diversifica i piani di realtà. Pensiamo ad una società della Dea, ad un grande organismo che riproduce il suo corpo come un microcosmo. La metafora del corpo della Grande Madre ci parla di questo ed è il motivo per cui la troviamo riprodotta così frequentemente nel Paleolitico e nel Neolitico. Essa ci dice che non c’era separazione tra lei e la vita delle persone: lei era la Terra, il cielo, le stelle, gli alberi, i vasi con i seni da cui si prendeva l’acqua, la roccia su cui si incideva, gli uccelli che ripulivano le ossa dei morti, il fuoco che riscaldava e trasformava il cibo.

Che ruolo ricopriva la donna quando vigeva il culto della Dea?
Era chiaramente la sua trasposizione in forma umana, non è un’affermazione femminista. Basta studiare qualche società matriarcale vivente e si capisce che è ancora così: provate a sentire parlare un uomo del popolo Moso. Le donne della società della Dea erano onorate per i doni che elargivano alla collettività: erano insegnanti, artiste, madri, nutrici, guaritrici ed erano riconosciute per le loro doti spirituali ed oracolari.

Le faccio una domanda che ho posto spesso alle molte studiose e ricercatrici nell’ambito della spiritualità femminile che ho intervistato nel corso di questi ultimi anni. Non ricordo di aver mai sentito pronunciare il nome di Marija Gimbutas dai numerosi docenti che ho avuto nel corso della mia carriera scolastica ed universitaria. Come si spiega tanto oscurantismo da parte della cultura ufficiale nei confronti di questa straordinaria studiosa e del suo metodo di ricerca?
Mary Daly in “Quintessenza” cita un passo di Virginia Woolf che secondo me risponde benissimo a questa domanda: E le figlie degli uomini colti danzino attorno al grande falò, continuando a gettare bracciate di foglie morte sulle fiamme, mentre le loro madri dalle finestre più alte gridano “Che bruci! Non sappiamo che farcene di questa istruzione”. Marija Gimbutas è una delle grandi donne della storia, una di quelle che fa sentire piccoli tutti coloro che sono venuti prima di lei. Esiste un’istruzione prima di Marija Gimbutas e una dopo, e da che parte stiamo dipende da quanto patriarcato abbiamo messo in discussione nei nostri studi.

Negli ultimi tempi assistiamo a un lento e progressivo risveglio della spiritualità femminile. Lei stessa organizza cerchi, incontri, celebrazioni stagionali. Cosa avviene durante queste cerimonie? Quante è importante per noi donne trovare, nella frenesia della nostra quotidianità, degli spazi tutti nostri e tornare a riunirci in cerchio?
Ci riallineiamo in primo luogo con lo scorrere ciclico del tempo, impariamo a seguire il tempo lunare, a collegarci su un piano energetico e non verbale. Ricostruiamo un filo tra le generazioni e questo è fondamentale per il benessere delle donne: le più grandi sostengono le più giovani e le più giovani vivificano le più grandi. I cerchi di donne sono in questo momento una grande forma di guarigione collettiva ed individuale, ma non è una banalità fare un cerchio. Se non si mettono in discussione i principi patriarcali su cui è fondata la spiritualità che troviamo in giro, non riusciremo a creare un vero cerchio di donne e in poco tempo tutto si dissolverà.

Ogni anno, nel mese di luglio, organizza un ritiro sciamanico in Val di Susa, che riscuote sempre un grande successo. Perché ha scelto proprio le vette della Val di Susa? A quali cerimonie, a quali pratiche vi dedicate durante il ritiro?
Sono le montagne su cui abito, i luoghi che amo e nei quali pratico. Ho iniziato tanti anni fa proponendo un rituale in onore della Montagna Madre, la più grande che c’è nella mia valle. Poi nel tempo si è trasformato in un vero e proprio ritiro di tre giorni. I ritiri li ricordo sempre con gioia: sono momenti in cui stiamo tutte insieme, mettendoci anche a dura prova, perché l’energia delle montagne è impegnativa. Tutto è molto “forte” in montagna: il sole cocente, il vento, il freddo, se il sole non c’è. A volte prendiamo la pioggia e camminiamo nel fango, ma quando affronti la montagna a livello rituale, ti fondi completamente con lei, senti l’energia della terra che ti sostiene e che ti sospinge in alto. Normalmente cominciamo onorando l’albero più anziano del luogo in cui siamo, la Madre di tutti gli alberi del circondario, e da lì prendiamo il radicamento e il nutrimento che ci sosterrà fino alla fine del ritiro. Poi ci spostiamo nei vari luoghi energetici della Valle, lavoriamo nelle grotte, alle cascate. Dipende dagli anni, ogni volta il ritiro è dedicato ad una diversa forma della Dea: l’anno scorso abbiamo lavorato con la volpe, altre volte con l’orsa o con la dea uccello. Alla fine della primavera salgo da sola alla montagna e sento con quale energia lavorare. Il giorno prima della salita alla grande Montagna prepariamo le offerte di fiori da portare su e ognuna cuce l’intento per la sua vita: quali cose vuole migliorare di se stessa e quali vuole lasciare andare, cuce la sua preghiera, poi la mattina all’alba e a digiuno saliamo su a portare i nostri doni. Questo tipo di ritualità cambia profondamente la nostra vita, ci insegna a sviluppare un rapporto affettivo con la Terra, perché la forza che genera l’incontro con quella grande montagna ci accompagnerà sempre. Per me che ci vivo ancora di più, chiaramente, ma a volte mi scrivono le donne che abitano lontano per dirmi quanto l’immagine della montagna e di noi lì tutte insieme dia loro forza nei momenti difficili, e questo è un grande dono anche per me.

Attualmente sta lavorando a qualche progetto? Quali appuntamenti L’attenderanno in questo nuovo anno?
Sono tornata a disegnare e a dipingere; in questi anni, tra figli, convegni, seminari, ho dovuto mettere un po’ da parte il lavoro artistico, ma è un’espressione troppo importante della mia anima e non posso trascurarla per molto tempo. Quindi ho in progetto una mostra ed una nuova performance rituale. Poi ci saranno i seminari, in particolare in primavera andrò al Sud, precisamente a Napoli e a Palermo, e sono molto felice di questo. Trovo tanto nutrimento in quelle terre: hanno conservato di più l’energia arcaica, la Dea si sente ancora nelle persone, nelle feste popolari, nella musica. E poi a luglio ci saranno altri due ritiri in montagna!

LA REGINA DELLE API

Spesso mi si chiede quali storie raccontare a bambini e bambine…questa fiaba l’ho raccontata così tante volte a mia figlia e mio figlio, che l’ho ormai fatta un po’ mia. Quindi la troverete un po’ “rispolverata” rispetto alla versione dei libri dei Grimm. Credo che mai come in questo momento abbiamo bisogno di narrazioni che ci riconducano ad amare la nostra Madre Terra. Ormai i miei figli sono grandicelli, ma questo racconto si è depositato nel loro cuore e credo che in qualche modo li guiderà nella loro esistenza. Vi consiglio di raccontarla suonando ogni tanto una campanella o un sonaglio, così da renderla ancora più magica.

Dea Ape della mitologia indiana chiamata Madhusana

 

Una volta in un regno lontano vivevano tre fratelli. I due più grandi decisero di partire per esplorare il mondo e lasciarono casa. Il fratello più piccolo, che si chiamava Grullo soffrì di solitudine e non appena ebbe l’età giusta si mise in viaggio anche lui per andare a raggiungere i suoi fratelli.
Cammina cammina giunse in una radura dove sentì un gran fracasso. Riconobbe le voci dei suoi fratelli, ma i due erano tutti intenti a distruggere un formicaio, allora Grullo gli corse incontro e disse loro : “No! Fermi! Non sopporto che facciate male alle formiche, lasciatele in pace!”
Allora i due fratelli piuttosto scocciati si fermarono. Felici comunque di essersi ritrovati, proseguirono il cammino tutti insieme. Dopo un po’ arrivarono vicino a un bellissimo lago dalle acque azzurre in cui nuotavano moltissime anatre. I due fratelli avevano già l’acquolina in bocca “Bene, prendiamone il più possibile e arrostiamole!”, ma Grullo intervenne di nuovo “Hey voi! Fermatevi, lasciate in pace le anatre, non tollero che le uccidiate!”. I due fratelli brontolarono e abbandonarono l’impresa.
Camminarono ancora e si ritrovarono in una radura dove si trovava un grande, grandissimo albero, con rami meravigliosi che si intrecciavano fino al cielo. I due fratelli avvertirono un forte ronzio e subito pensarono “Qui c’è un alveare, accendiamo subito un bel fuoco, affumichiamo le api e prendiamo tutto il miele!”. Ma quando Grullo vide quel che stavano facendo intervenne subito dicendo: “Hey voi due, state lontani da quelle api, non tollero che le bruciate!”.
Ancora una volta i fratelli rinunciarono alle loro imprese e continuarono il loro viaggio.
Intanto la luce calava e al tramonto giunsero in un luogo piuttosto strano. Tutto era silenzioso e spettrale, c’erano alberi di pietra, uomini e donne di pietra, animali di pietra. In fondo al bosco videro una lucina che proveniva da una casa, allora spaventati e stanchi si diressero verso la casetta. Sbirciarono dalla finestra e videro un omino con una lunga barba tutto intento a preparare una tavola piena di ogni prelibatezza. Allora bussarono alla porta e nessuno si presentò. Bussarono ancora, ma niente. Alla terza la porta si aprì e l’omino senza dire una sola parola li fece entrare e diede loro da mangiare e da bere a sazietà. Poi li accompagnò ognuno in una stanza con un bel letto comodo per dormire.
Prima che la notte giungesse l’omino andò a chiamare il fratello maggiore e gli disse “Domani mattina dovrai superare la prima prova. Entro il tramonto dovrai raccogliere le mille perle della principessa perse in mezzo all’erba, se no diventerai di pietra anche tu, come il resto di questo regno”. Il fratello senza preoccuparsi troppo se ne andò a dormire, al mattino si svegliò tardi e si incamminò per andare alla ricerca delle perle. Al tramonto riuscì a riportare solo 100 perle e divenne di pietra.
Il giorno dopo toccò al secondo fratello, anche lui presuntuoso e pieno di sé si alzò tardi e tornò al tramonto solamente con duecento perle. La terza sera toccò a Grullo. Era così preoccupato che non riuscì a chiudere occhio. All’alba si alzò e cominciò a cercare le perle, ma presto si rese conto che era un’impresa impossibile così si sedette su una bella roccia e disperato cominciò a parlare a se stesso dicendo “come farò mai a trovare le mille perle, è un’impresa impossibile, impossibile! Povero me, diventerò di pietra”. Il pensiero lo rendeva triste e sconsolato, ma un gruppetto di formiche passò proprio in quel momento e sentendo le sue parole una delle formiche si avvicinò dicendo “Grullo, non preoccuparti, tu una volta hai aiutato noi e adesso noi aiuteremo te”.
Le formiche andarono subito a chiamare le compagne e tutte insieme con le loro zampette si misero al lavoro. Raccolsero una ad una tutte le mille perle e Grullo tornò dall’omino molto prima del tramonto. Lo trovò molto sorpreso, “ma come caspita può esserci riuscito?” si chiedeva tra sé e sé.
La sera l’omino andò nuovamente a chiamare Grullo e gli disse “Bene, adesso devi superare la seconda prova. Qui vicino c’è un lago e tu dovrai recuperare la chiave che apre la camera della principessa dispersa nei suoi bui fondali. Se al tramonto non la porterai, diventerai di pietra anche tu”.
Grullo di nuovo non dormì, all’alba si alzò e cominciò a nuotare di qua e di là lungo tutto il lago. Alla fine disperato si mise ad asciugare su una pietra e parlando a se stesso borbottò “Non riuscirò mai a trovare la chiave, per me non c’è scampo!”. Ma in quel momento alcune anatre che stavano vicino a lui lo sentirono e lo consolarono “Grullo stai tranquillo, tu una volta hai salvato noi e adesso noi salveremo te”. Andarono a chiamare tutte le altre amiche anatre ed esplorarono ogni centimetro del lago fino a che trovarono la chiave.
Grullo era pieno di gioia, ringraziò le sue amiche anatre e corse dall’omino per consegnargliela. L’omino era esterrefatto e non capiva davvero come avesse potuto trovare la chiave.
Alla sera lo chiamò e gli spiegò l’ultima prova che avrebbe dovuto affrontare. “Salirai sulla torre e troverai una stanza, con la chiave aprirai la porta e troverai tre letti e tre fanciulle una identica all’altra, non ci sarà nessuna differenza tra di loro, se non che una prima di dormire ha mangiato lo zucchero, una la melassa e l’altra il miele. Tu dal solo respiro dovrai capire quale delle tre abbia mangiato il miele”.

Pendente raffigurante due api che trasportano una goccia di miele, 1800 Prima dell’Era Comune, Creta

Grullo allora salì, aprì la porta e si mise ad osservare le tre ragazze. Non c’era nessuna differenza tra di loro, nessun odore che potesse indicargli quella giusta e cominciò a disperarsi. Ma la regina delle api che era poggiata sulla finestra lo sentì e volò vicino a lui dicendo “Grullo, non preoccuparti, tu una volta ci salvasti dal fuoco e noi adesso salveremo te”. La regina delle api cominciò ronzare nella stanza e andò ad assaggiare la bocca di ogni fanciulla:“Mmm…no questa è melassa, no, no, questa è zucchero”, infine volò dalla terza fanciulla e disse “Questa ha mangiato il miele!”.
Così Grullo la accarezzò sulla fronte, la fanciulla si svegliò e insieme andarono a soffiare su ogni cosa nella stanza e nel bosco. Tutto ritornò alla vita e gli abitanti del bosco prepararono una grande festa, ballando e cantando tutta la notte. Il consiglio degli animali e delle piante si riunì per sancire la nuova alleanza con l’umanità. E le pietre sorrisero.