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DONNE E TAMBURI: IMPLICAZIONI TERAPEUTICHE, SPIRITUALI E POLITICHE

ARTICOLO DI MORENA LUCIANI RUSSO

PARTE I

Tra le svariate arti femminili dell’antichità va annoverato l’uso del tamburo, che come ben testimonia la vasta letteratura etnografica è, insieme ai sonagli e ai campanelli, uno dei fondamentali strumenti utilizzati da donne e uomini per accedere agli stati sciamanici di conoscenza.

Il tamburo sciamanico per eccellenza è a cornice, con la pelle su uno o entrambi i lati.  Il suono prodotto da questo strumento permette di comunicare con gli spiriti alleati e di viaggiare attraverso i mondi invisibili. È come un’ancora di salvezza che la/o sciamana/o utilizza per compiere il viaggio di ritorno nel suo corpo e/o per uscire dallo stato di trance (1).

Sciamana della regione siberiana di Krasnojarsk, 1780

Dal punto di vista scientifico il suono del tamburo segna un incremento delle onde cerebrali Alfa e Theta. Le prime sono  le frequenze in cui si attivano maggiormente i collegamenti tra i due emisferi e si giunge a stati di benessere e rilassamento , le seconde sono responsabili di modificare la coscienza ordinaria verso immagini di tipo ipnagogico, estatico, facilitando stati di grande creatività. Il tamburo ha quindi un grande impatto sul cervello degli esseri umani e non è un caso che abbia un ruolo prioritario nelle cerimonie sciamaniche.

Oggigiorno nei nostri paesi occidentali si parla molto di mindfullness e di altri tipi di meditazione come risposta a stati di stress ed ansia, ma quasi mai si accenna agli effetti terapeutici della pratica  del tamburo, in particolar modo quella collettiva.

Negli anni ’80 dello scorso secolo, Sandra Harner e Warren Tyron, in  seguito ad un esperimento di shamanic drumming, hanno riportato che dopo mezz’ora di pratica, le persone sottoposte al test, testimoniavano un considerevole aumento dei tassi di immunoglobuline parallelamente all’aumento di tranquillità e di equilibrio fisico e mentale, sensazioni di accresciuta forza, soddisfazione e autostima.

Una decina di anni dopo, il neurologo Barry Bittman pubblicò una ricerca in cui dimostrava che l’uso del tamburo di gruppo, non agiva solamente sul piano psicologico, ma era in grado di aumentare le risposte immunitarie dei/lle partecipanti, ma soprattutto l’attività delle  cosiddette cellule natural killer, quelle che all’interno del nostro corpo ricercano e distruggono le cellule cancerose o infette da virus.

Anche la ricerca dello psicoterapeuta Robert L. Friedman porta nella medesima direzione : l’uso del tamburo induce miglioramenti decisivi in pazienti affetti da malattia di Alzheimer, Autismo, Morbo di Parkinson e svariate malattie autoimmuni.

Fin dai tempi più lontani il tamburo è stato utilizzato per scopi rituali e terapeutici, in particolar modo dalle donne. Nella società attuale questo può apparire inusuale, le percussioni sembrerebbero utilizzate maggiormente dagli uomini, ma è interessante notare che i primi tamburi a cornice di cui abbiamo testimonianza risalgono a una pittura rupestre di Çatal Hüyük, insediamento neolitico matriarcale ( 5600 a.C.)in cui, come dimostrato dalla ricerca archeo-mitologica, si celebrava la dea in particolare come Signora della Vita, della Morte e degli Animali e le donne avevano un ruolo molto importante nella vita rituale e religiosa.

Layne Redmond, percussionista e studiosa dell’uso del tamburo da parte delle donne nell’antichità afferma che:

la musica ritmica sembra essere stata particolarmente importante nei riti associati alle antiche dee. Scene di gruppi di donne musiciste, cantanti e danzatrici appaiono nelle più antiche rappresentazioni di rituali religiosi. Il tamburo a cornice era il centro musicale e psichico di questi rituali.  Dall’Egitto alla Valle dell’Indo, da Cipro a Creta, come dalla Grecia a Roma, sacerdotesse e altre donne ufficianti utilizzavano il tamburo a cornice per celebrare le loro dee e l’infinita energia ritmica della vita (REDMOND 1997)

È importante sapere che anche il primo suonatore di tamburo di cui si parla nella storia è donna. Visse nel 2380 a.C. e il suo nome era Lipushiau, nipote del re Naram Sim e alta sacerdotessa del tempio della luna di Ur.La cultura sumera produsse inoltre numerose statuine raffiguranti donne e dee che reggono tamburi tra le mani. Secondo il celebre storico della musica Walter Wiora queste prime testimonianze del mondo sumero sono proprio la derivazione di una precedente tradizione neolitica.

L’uso del tamburo da parte delle donne è stato riscontrato anche nell’Antico Egitto. Nel complesso templare di Dendera, costruito  in onore della dea Hathor, esisteva un luogo chiamato mammisi, una sorta di santuario di nascita dove le donne si recavano per partorire. Su una parete dell’edificio sono raffigurate trentadue sacerdotesse che suonano il tamburo a cornice e sul lato opposto altre ventinove che stringono tra le mani lo scettro e il sistro, versione egiziana del sonaglio.

Mammisi, Tempio di Dendera

Secondo la Redmond  le donne conoscevano alcuni ritmi che favorivano le contrazioni uterine e il tamburo accompagnava e proteggeva il passaggio alla vita.

Parallelamente tutta l’area mediterranea presenta reperti, statuine e bassorilievi che raffigurano suonatrici di tamburo. In particolare emerge la rappresentazione della dea Cibele, l’antica dea anatolica, diretta discendente della Signora degli animali di Çatal Hüyük. Il culto di Cibele venne assorbito prima dai Greci e poi dai Romani e il fatto che fosse generalmente ritratta con in mano il tamburello faceva riferimento alle funzioni oracolari che svolgevano le sue sacerdotesse e in epoca più tardiva i suoi sacerdoti eunuchi.

 

Scultura romana in bronzo della dea Cibele

Sempre in area mediterranea le donne utilizzavano il tamburo anche per accompagnare i riti funerari, si credeva che il suo battito accelerasse il passaggio dei morenti e affrettasse la loro rinascita. Questa credenza trovava una corrispondenza nella vita naturale: le nostre antenate  si erano accorte che la forza vibrazionale del tamburo aiutava la germinazione dei semi posti nella terra e potenziava la crescita della vegetazione, perché non quella delle anime dei loro cari allora?

Secondo la Redmond i tamburi hanno la forma della luna la quale, come noto, è l’elemento che scandisce il ritmo della vita sulla terra. Tenendo conto che questa profonda relazione tra la donna, la luna e il tempo era già testimoniata dai calendari in osso paleolitici, non c’è da stupirsi che laddove questa venisse onorata e rispettata vi fossero donne suonatrici di tamburo.

Nel momento in cui i popoli proto-indo-europei invasero i territori dell’Antica Europa balcanica e mediterranea (GIMBUTAS 2008), questa corrispondenza sacra si perse,  le donne furono allontanate dalle loro funzioni politiche e  rituali e quindi l’arte del tamburo rimase nelle mani dei soli sacerdoti maschi.  Inoltre, sempre in questo periodo, il tamburo cominciò a essere usato durante le parate militari.

In Europa, la Chiesa proibì le danze e i canti rituali delle donne in un Concilio dell’826, ma nel XIII secolo si spinse ben oltre bandendo le donne che danzavano e suonavano per i morti e vietando loro la partecipazione ai funerali.

Il cristianesimo fu il maggiore responsabile dell’anatema imposto sui tamburi nell’ area mediterranea.

L’etnomusicologo Paolo Pacciolla sostiene che:

Il tamburo era al centro dei rituali pre-cristiani, bandire il tamburo era come togliere l’altare agli antichi culti. Un processo analogo  è avvenuto nel mondo islamico e nella musica colta, dove il tamburo svolge una funzione fondamentalmente metrica (PACCIOLLA 2008).

Una simile espropriazione è avvenuta in Cina, dove le Wu, sciamane che invocavano la pioggia sulle montagne brandendo serpenti tra le mani  e utilizzavano il tamburo come principale mezzo di guarigione e divinazione, furono allontanate dalle loro funzioni rituali quando, intorno al 100 a.C il Confucianesimo rovesciò il sistema matrifocale.

Sarà una coincidenza che tutte queste religioni collegate a sistemi sociali  patriarcali abbiano  bandito i tamburi e imbavagliato il potere spirituale femminile?

FINE PRIMA PARTE

 Testo © Morena Luciani Russo.

Ai sensi della legge legge 248/00 il presente materiale può essere utilizzato solo citando l’autrice e la fonte.

(1) Personalmente preferisco il termine Stati Sciamanici di Conoscenza al termine riduttivo “trance”. Cit.  Pratt 2007.(Maggiori dettagli nel mio testo “Donne Sciamane”).

BIBLIOGRAFIA

Belli Remo, “Interview with  Dr. Barry Bittman”

Gimbutas M. Il Linguaggio della Dea, Venexia ed., Roma 2008

Luciani M., Donne Sciamane. Venexia ed., Roma 2012.

Tedoldi D., L’Albero della Musica, Anima ed., Milano 2006.

Maxfield M., “The Journey of the Drum”, in Re-vision 16, n. 4,

1994, pp. 157-163 e Neher A., “A Physiological Explanation of Unusual

Behaviour in Ceremonies Involving Drums”, in Human Biology 6, 1962, 151-160.

Pacciolla P. e Spagna A.L., La gioia e il potere. Musica e danza in India, Besa, Nardò 2008.

Pratt C., An Encyclopedia of Shamanism, The Rosen Publishing Group, New York 2007.

Redmond L., When the Drummers Were Women. A Spiritual History of Rhythm, Three Rivers Press, New York 1997, p. 10.

Wiora W., The Four Ages of Music, W.W. Norton, University of Michigan, 1965.

Eisinger Dale, “Not Just for Music, Drum is Therapy too.

Una Cerimonia per Madre Terra, Articolo di Morena Luciani Russo

Risvegliare la forza dell’Orsa e rimettere radici nella Terra


© Anna Lami Photografia
© Anna Lami Photografia

Lo scorso 18 marzo 2016, in occasione del convegno “Culture Indigene di Pace. I Sentieri della Terra”, abbiamo preparato una grande festa per celebrare la Madre della Vita e l’Equinozio di Primavera. In questi anni ho direzionato il mio lavoro verso l’ espressione del femminile in forma animale e dell’ energia sciamanica custodita nei nostri corpi di donne, che ci vede sorelle e figlie di tutte le creature della Terra. Orse, serpentesse, volpi, poiane e civette, tigri  o piccole api ronzanti, la Signora della Vita è in  ciclica  trasformazione, assume le forme più disparate e noi impariamo a fluire con lei, a seconda della necessità del momento e del luogo.

In questo caso la cerimonia era dedicata all’Orsa, la più antica e amata rappresentazione della Natura Selvaggia del nostro emisfero, Signora della Montagna, delle Foreste, delle Grotte e delle Stelle.

Jelly Chiaradia, © Anna Lami Photografia

Chi più di lei è stata violata e dimenticata ?

Il rituale cominciava con la sua morte, nel monologo dell’attrice Jelly Chiaradia e  il bastone che la raffigurava cadeva similmente a come cadde il patto tra noi e colei che ci diede la vita nella sua spirale. E così

 [..]Muore la terra

Ogni volta

Che tu hai paura

Del movimento misterioso

Incompreso

Offeso dalla indecenza di un pensiero corrotto

Che ha trasformato

La magia di parole ancestrali

In un letargo della libertà con le sue vibrazioni d’amore

Raccolte e sepolte ora (1)

Emanuela Sposato e Isabella Landi, Foto di Fabio Rupoli

Alessia De Gasperi, Daniela De Stefanis, Isabella Landi e Emanuela Sposato, © Fabio Rupoli

Nel silenzio e nel buio della notte sono arrivate le Volpi. Le Volpi sono figure chiavi del mio percorso di sciamanesimo e sono sempre più convinta che portino un grande insegnamento alle donne contemporanee, poiché sono in grado di camminare sulla corda che unisce la vita e la morte, sanno saltare e fare il verso al mondo mostrando l’irriverenza del Femminile, la sensualità, la verità del grottesco e del buffo, il dolore che si rigenera e risveglia.

 

Morena Luciani Russo e le volpi, © Anna Lami Photografia

Ma chi può ridestare la forza dell’Orsa da un inverno così lungo che pare simile alla morte? Le volpi si fanno messaggere e richiamano le donne ad agire attraverso il potere della loro Vulva, la Cavità e il Vuoto da cui tutto si genera,  e tra le risate, i canti e i tamburi esse liberano la loro Anima-Orsa scon-volgendo e coin-volgendo tutto il pubblico. Il bastone ursino abbandonato sul suolo arido torna vivo e germogliante nelle mani di chi si assume la responsabilità di rimetterlo in piedi e viene affidato ad un giovane uomo e ad una giovane donna affinché sia riportato in un luogo speciale,  in questo caso al centro di un labirinto con le sue guardiane, le quali ci ricordano  che acqua, terra, fuoco e aria sono gli elementi di cui tutte e tutti noi siamo costituite/i.

Morena Luciani Russo, Laura Ghianda e Mattia Rossi, © Anna Lami Photografia

Sarah Perini, © Anna Lami Photografia

Qui i canti e i tamburi continuano ad accompagnare donne, uomini, bambine e bambini desiderosi di portare fiori e offerte con gioia e commozione. Perché questo è uno spazio “sacro”, uno spazio in cui ritorniamo a ringraziare colei che ci nutre e ci sostiene, una cerimonia collettiva in cui disperdiamo il nostro ego e l’animale e l’anima si uniscono. Ci ritroviamo Orse e Orsi e radicalmente, come diceva Mary Daly, riaffondiamo le Radici nella Terra, unendoci in suo nome e risanando la ferita inferta al Femminile da quasi 5000 anni.

© Anna Lami Photografia

Queste sono le cerimonie delle donne, quelle di cui il mondo ha bisogno per riunire in sé la parte di umanità che vuole vivere libera dal sistema patriarcale e dominatore.  Queste sono le follie di cui sono capaci le donne,  cerimonie ad alto voltaggio empatico ed emotivo che sanno curare dentro e fuori.

(1) Estratto dal monologo di Jelly Chiaradia

Cerimonia a cura di Morena Luciani Russo in collaborazione con Sarah Perini e la partecipazione di:

Licia Chitaroni, Matilde Bellazzecca, Enza Ferragina, Elena Ribet, Jelly Chiaradia, Francesca Rugi, Sabina Violante, Daniela Degan, Lina Rossini, Daniela De Stefanis, Alessia De Gasperi, Emanuela Sposato, Isabella Landi, Giovanna Clerico, Grazia Carlino, Valentina Ares, Federica Carmana, Titti Bertolin, Mattia Rossi,  Laura Ghianda.