Morena Luciani Russo: la ricerca della Dea e lo sciamanesimo

Intervista di Francesca Bianchi per FT News

9 Gennaio 2019

FtNews ha intervistato Morena Luciani Russo, artista rituale, insegnante di sciamanesimo femminile e libera ricercatrice nel campo delle scienze sociali, con particolare attenzione all’antropologia del sacro femminile, all’archeomitologia e allo studio degli stati modificati di coscienza e dei sistemi di guarigione.
Per i lettori di FtNews la studiosa, che ha all’attivo una laurea in Antropologia presso l’Università degli Studi di Torino, ha ripercorso i suoi primi passi nel mondo della spiritualità femminile, dello sciamanesimo e delle culture matriarcali. Fondamentale per questa svolta è stato l’incontro con Vicki Noble, ricercatrice, scrittrice, studiosa delle culture matrifocali e, soprattutto, maestra spirituale che ha portato il risveglio del femminile nel mondo. Nel corso degli anni la ricerca spirituale ha assunto per la Luciani Russo un ruolo sempre più importante, inducendola a dedicarsi alla meditazione e alla pratica con il tamburo come esperienza conoscitiva e ad organizzare i primi cerchi di donne, da lei considerati una grande forma di guarigione collettiva ed individuale.
Fondatrice dell’associazione culturale Laima, nata in onore di Marija Gimbutas con l’intento di promuovere la cultura matristica e la spiritualità femminile, la studiosa è autrice del libro Donne Sciamane, pubblicato nel 2012 per Venexia Editrice. Nel corso della nostra conversazione, si è soffermata anche sullo sciamanesimo femminile, sottolineando l’importanza di essere sciamane nella nostra epoca per portare il sacro nella vita quotidiana e superare l’idea patriarcale che la divinità sia in una dimensione trascendente.
La studiosa ha infine parlato dei progetti a cui attualmente sta lavorando e del ritiro sciamanico che ogni anno, nel mese di luglio, organizza tra le vette della Val di Susa, luoghi dove vive e a cui è particolarmente legata.

Morena, Lei è laureata in Antropologia e ama definirsi artista e libera ricercatrice nel campo delle scienze sociali. Di cosa si occupa esattamente?
Definirsi è sempre complicato. L’arte mi ha portato a compiere delle ricerche in campo antropologico, indagando in particolare il mondo arcaico che ha da sempre catturato la mia attenzione e la mia voglia di conoscere. In quanto artista, la mia via di conoscenza non è lineare, non si muove solo attraverso i libri, ma si nutre di simboli e di intuizioni. In quanto donna, mi ha richiesto un salto ulteriore: comprendere e trovare una chiave di accesso alla realtà, anche a quella simbolica e spirituale, che mi appartenesse e che non fosse mutuata dal sapere maschile con cui mi ero formata, del resto tutte e tutti noi siamo cresciuti così.

Quando è nato in Lei l’interesse per la spiritualità legata al culto della Grande Dea e per le società matriarcali? Ci racconti qualcosa del Suo percorso sulle tracce della spiritualità femminile...
Diciassette anni fa sicuramente ho vissuto una vera e propria chiamata verso il mondo del sacro femminile, anche attraverso il mio primo parto, come racconto nel mio libro. Quando trovai per caso “Il Risveglio della Dea”, il libro di quella che sarebbe diventata una delle mie maestre più importanti, cominciai a rivoluzionare il mio modo di vedere le cose e a comprendere perché mi erano arrivate così tante immagini femminili, così insolite, senza braccia, con grandi ventri e grandi seni. Qualcosa di profondo si stava disvelando; era così entusiasmante e spaventoso allo stesso tempo. Sapevo ancora troppo poco, ma sentivo che dovevo scavare, scavare, che c’era qualcosa di grande che mi aspettava dall’altra parte. Eppure potevo fare poco, avevo un bambino piccolo, un dottorato non pagato, una storia che non funzionava. Avevo, all’epoca, poche persone con cui condividere quel percorso e la solitudine non è una buona amica in un percorso rivoluzionario, ma studiavo quanto più possibile. Poi arrivò una grande serpentessa a salvarmi dalla mia vita sbagliata, oggi posso sorriderne, però una mattina mi svegliai e sopra al letto vidi come delle sbarre, non respiravo più e non potevo muovermi. Quell’incontro sciamanico non mi diede tregua, fino a quando non scelsi veramente me stessa, e scegliere me significava anche ridare dignità alla via della Grande Dea, come la definiva Marija Gimbutas. Così, con tutta la forza che non pensavo di possedere, cambiai la mia vita, e dopo poco tempo conobbi Vicki Noble e tutte le mie compagne dakini, con cui iniziai un percorso di spiritualità femminile in Italia, e cominciai a tenere i primi cerchi di donne a Torino.

Nel 2010 ha fondato l’associazione culturale Laima. Di cosa si occupa questa Associazione? Con quali obiettivi è nata?
Laima è nata per onorare Marija Gimbutas e tutte le donne e gli uomini che portano nuove visioni per uscire dalla struttura patriarcale della società. Laima per me è la dimostrazione che le donne che trovano il proprio centro spirituale attraverso le esperienze in cerchio possono trasformare la propria vita ed imparare a relazionarsi in modo differente, senza competizioni e fuori dagli stereotipi stabiliti dalla cultura maschilista. Abbiamo fatto tante cose in questi anni; sul sito potete trovare un po’ della nostra storia.

Nel 2012 è uscito il Suo libro Donne Sciamane (Venexia Editrice), un’ottima lettura per tutte le donne che si accingono ad intraprendere un viaggio interiore alla scoperta di sé e delle energie insite nell’essere donna. Perché noi donne siamo sciamane per natura? Ci spieghi come definirebbe lo sciamanesimo femminile e quali sono le sue peculiarità…
Come dico nel mio sito, lo sciamanesimo femminile non è una religione, ma il richiamo che la natura, nostra Madre, sussurra nell’universo e che noi, sviluppando nuove forme di attenzione alla realtà, possiamo tornare ad ascoltare. L’espressione “sciamane per natura” era la dichiarazione di uno sciamano chukchee che sosteneva che le donne non avevano bisogno di chiamate o di particolari apprendistati. Questa affermazione servì a mettere in discussione l’assunto che queste fossero le uniche vie d’accesso al risveglio dei poteri sciamanici, caratteristiche più spesso attribuite agli uomini. Le donne attraverso il ciclo mestruale e il parto conoscono già la via che porta agli altri mondi e sono predisposte ad una visione ciclica e non lineare della realtà. Quando cominciano a portare attenzione a come l’energia si muove nel loro corpo e a comprendere come questa sia collegata alla realtà naturale, alla luna, alle stelle, agli alberi, agli animali, ai fiumi, alle montagne, allora si aprono alle energie sciamaniche.

Cosa significa, per Lei, essere una sciamana oggi?
Credo sia necessario fare una differenziazione. Aprirsi alle energie sciamaniche non è essere sciamane o sciamani. È la possibilità che ci diamo di entrare in relazione più completa con il mondo e di tornare a portare il sacro nella vita quotidiana, di superare l’idea patriarcale che la divinità sia in una dimensione trascendente, è il fare esperienza estatica, scoprendo che abitiamo tante dimensioni, dentro e fuori di noi. Essere sciamane implica un passo ulteriore, una scelta non nostra, non siamo noi a dirci “sciamane/i”, gli spiriti scelgono e poi è il mondo esterno che riconosce delle caratteristiche in noi, non in senso gerarchico, ma proprio come una grande madre che si occupa spiritualmente dei propri figli e delle proprie figlie. Del resto, come diceva Campbell, anche il significato di Lama era quello di la, inteso come “superiore”, e ma, come “madre”, madre superiore, nel senso della forma più alta di maternità. Questo per me è il significato che lo sciamanesimo rivestiva all’inizio dei tempi, quando le società erano matriarcali e centrate sul materno e sulla cura, della comunità e della Terra.
Non ci sono certificati per diventare sciamane, oggi va molto di moda, ma è molto più importante focalizzarsi sulle pratiche piuttosto che pensare ad avere certificati. Noi viviamo in una società individualista fondata sull’ego, mentre lo sciamanesimo è nato nella dimensione collettiva e può riportarci ad essa.

E il tamburo?
Il tamburo è una delle migliori guide che si possano avere. Se cominciamo ad usarlo in modo rituale, non semplicemente ludico o artistico, ci permette di entrare nella vibrazione del cosmo, di spazzare via tutto ciò che la mente crea di superfluo e non utile per la nostra vita. Se si è in gruppo, ha la capacità di creare e mantenere una buona, gioiosa energia collettiva, cosa non semplice in una cultura come la nostra. Per noi donne l’uso sciamanico del tamburo ha un significato ancora più profondo, perché ci aiuta ad espandere il nostro potere interiore. Ho visto tante donne in questi anni che sono proprio cambiate: arrivano timide e timorose, ma dopo due o tre esperienze sciamaniche con il tamburo, la loro energia si espande e cominciano ad emanare una grande bellezza e fierezza. Certo, non per tutte è così, non è che ogni donna sia affine a questo tipo di via sciamanica, ma lo è per molte. Le donne sono state le prime suonatrici di tamburi e stanno riscoprendo una parte importante di sé attraverso questo strumento. Il tamburo, i sonagli, i campanelli sono da sempre centrali nelle cerimonie del Sacro Femminile e anche per gli uomini possono essere un potente strumento per riavvicinarsi all’energia della Grande Madre.

Cos’era, secondo Lei, il culto della Dea?
Non pensiamo ad un culto: ci porta fuori strada perché diversifica i piani di realtà. Pensiamo ad una società della Dea, ad un grande organismo che riproduce il suo corpo come un microcosmo. La metafora del corpo della Grande Madre ci parla di questo ed è il motivo per cui la troviamo riprodotta così frequentemente nel Paleolitico e nel Neolitico. Essa ci dice che non c’era separazione tra lei e la vita delle persone: lei era la Terra, il cielo, le stelle, gli alberi, i vasi con i seni da cui si prendeva l’acqua, la roccia su cui si incideva, gli uccelli che ripulivano le ossa dei morti, il fuoco che riscaldava e trasformava il cibo.

Che ruolo ricopriva la donna quando vigeva il culto della Dea?
Era chiaramente la sua trasposizione in forma umana, non è un’affermazione femminista. Basta studiare qualche società matriarcale vivente e si capisce che è ancora così: provate a sentire parlare un uomo del popolo Moso. Le donne della società della Dea erano onorate per i doni che elargivano alla collettività: erano insegnanti, artiste, madri, nutrici, guaritrici ed erano riconosciute per le loro doti spirituali ed oracolari.

Le faccio una domanda che ho posto spesso alle molte studiose e ricercatrici nell’ambito della spiritualità femminile che ho intervistato nel corso di questi ultimi anni. Non ricordo di aver mai sentito pronunciare il nome di Marija Gimbutas dai numerosi docenti che ho avuto nel corso della mia carriera scolastica ed universitaria. Come si spiega tanto oscurantismo da parte della cultura ufficiale nei confronti di questa straordinaria studiosa e del suo metodo di ricerca?
Mary Daly in “Quintessenza” cita un passo di Virginia Woolf che secondo me risponde benissimo a questa domanda: E le figlie degli uomini colti danzino attorno al grande falò, continuando a gettare bracciate di foglie morte sulle fiamme, mentre le loro madri dalle finestre più alte gridano “Che bruci! Non sappiamo che farcene di questa istruzione”. Marija Gimbutas è una delle grandi donne della storia, una di quelle che fa sentire piccoli tutti coloro che sono venuti prima di lei. Esiste un’istruzione prima di Marija Gimbutas e una dopo, e da che parte stiamo dipende da quanto patriarcato abbiamo messo in discussione nei nostri studi.

Negli ultimi tempi assistiamo a un lento e progressivo risveglio della spiritualità femminile. Lei stessa organizza cerchi, incontri, celebrazioni stagionali. Cosa avviene durante queste cerimonie? Quante è importante per noi donne trovare, nella frenesia della nostra quotidianità, degli spazi tutti nostri e tornare a riunirci in cerchio?
Ci riallineiamo in primo luogo con lo scorrere ciclico del tempo, impariamo a seguire il tempo lunare, a collegarci su un piano energetico e non verbale. Ricostruiamo un filo tra le generazioni e questo è fondamentale per il benessere delle donne: le più grandi sostengono le più giovani e le più giovani vivificano le più grandi. I cerchi di donne sono in questo momento una grande forma di guarigione collettiva ed individuale, ma non è una banalità fare un cerchio. Se non si mettono in discussione i principi patriarcali su cui è fondata la spiritualità che troviamo in giro, non riusciremo a creare un vero cerchio di donne e in poco tempo tutto si dissolverà.

Ogni anno, nel mese di luglio, organizza un ritiro sciamanico in Val di Susa, che riscuote sempre un grande successo. Perché ha scelto proprio le vette della Val di Susa? A quali cerimonie, a quali pratiche vi dedicate durante il ritiro?
Sono le montagne su cui abito, i luoghi che amo e nei quali pratico. Ho iniziato tanti anni fa proponendo un rituale in onore della Montagna Madre, la più grande che c’è nella mia valle. Poi nel tempo si è trasformato in un vero e proprio ritiro di tre giorni. I ritiri li ricordo sempre con gioia: sono momenti in cui stiamo tutte insieme, mettendoci anche a dura prova, perché l’energia delle montagne è impegnativa. Tutto è molto “forte” in montagna: il sole cocente, il vento, il freddo, se il sole non c’è. A volte prendiamo la pioggia e camminiamo nel fango, ma quando affronti la montagna a livello rituale, ti fondi completamente con lei, senti l’energia della terra che ti sostiene e che ti sospinge in alto. Normalmente cominciamo onorando l’albero più anziano del luogo in cui siamo, la Madre di tutti gli alberi del circondario, e da lì prendiamo il radicamento e il nutrimento che ci sosterrà fino alla fine del ritiro. Poi ci spostiamo nei vari luoghi energetici della Valle, lavoriamo nelle grotte, alle cascate. Dipende dagli anni, ogni volta il ritiro è dedicato ad una diversa forma della Dea: l’anno scorso abbiamo lavorato con la volpe, altre volte con l’orsa o con la dea uccello. Alla fine della primavera salgo da sola alla montagna e sento con quale energia lavorare. Il giorno prima della salita alla grande Montagna prepariamo le offerte di fiori da portare su e ognuna cuce l’intento per la sua vita: quali cose vuole migliorare di se stessa e quali vuole lasciare andare, cuce la sua preghiera, poi la mattina all’alba e a digiuno saliamo su a portare i nostri doni. Questo tipo di ritualità cambia profondamente la nostra vita, ci insegna a sviluppare un rapporto affettivo con la Terra, perché la forza che genera l’incontro con quella grande montagna ci accompagnerà sempre. Per me che ci vivo ancora di più, chiaramente, ma a volte mi scrivono le donne che abitano lontano per dirmi quanto l’immagine della montagna e di noi lì tutte insieme dia loro forza nei momenti difficili, e questo è un grande dono anche per me.

Attualmente sta lavorando a qualche progetto? Quali appuntamenti L’attenderanno in questo nuovo anno?
Sono tornata a disegnare e a dipingere; in questi anni, tra figli, convegni, seminari, ho dovuto mettere un po’ da parte il lavoro artistico, ma è un’espressione troppo importante della mia anima e non posso trascurarla per molto tempo. Quindi ho in progetto una mostra ed una nuova performance rituale. Poi ci saranno i seminari, in particolare in primavera andrò al Sud, precisamente a Napoli e a Palermo, e sono molto felice di questo. Trovo tanto nutrimento in quelle terre: hanno conservato di più l’energia arcaica, la Dea si sente ancora nelle persone, nelle feste popolari, nella musica. E poi a luglio ci saranno altri due ritiri in montagna!

Intervista a Morena Luciani Russo per “Sciamane. Donne che si Risvegliano” di Giovanna Lombardi

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Organizzi anche Cerchi di donne, qual e’ la loro funzione?

Ti rispondo con una domanda, qual è il primo cerchio che conosciamo?
Ci riflettevo con un caro amico, Flavio Pinto, che io amo definire, studioso gilanico di lingue antiche, e lui mi faceva notare che sarebbe opportuno usare il termine “cerchia”, al femminile, perché il primo cerchio è la pancia di nostra madre. Le nostre antenate e i nostri antenati non avrebbero mai usato un termine maschile per definire la pancia della madre. Non è meraviglioso che sia stato un uomo ad accorgersi di questo?
Potremmo dire che ritrovarsi “in cerchia” corrisponde a un bisogno biologico, alla nostra natura più intima, ma abbiamo vissuto per 5000 anni dentro forme piramidali e non è facile ritrovare quella configurazione e riportarla nella nostra vita.
Per noi donne sta diventando un’esigenza vivere esperienze “circolari”, non possiamo più permetterci di sostenere questa società violenta e sessista e di crescervi bambine e bambini, ma nulla cambierà se continueremo ad essere divise le une dalle altre, nello stato di diaspora, come lo chiama Mary Daly, perché è in questa alienazione che il patriarcato trova terreno fertile per continuare ad operare.
Le cerchie femminili fondate su pratiche spirituali corporee e sulla celebrazione dei cicli naturali sono i luoghi in cui le donne si donano, l’una con l’altra, forza e coraggio. Inoltre sono l’antidoto alla competizione femminile di cui spesso le donne vengono accusate. La competizione nasce come risposta ai meccanismi patriarcali, non è assolutamente connaturata in noi come ci hanno fatto credere: infatti le donne e gli uomini che si riappropriano dei valori matriarcali ritornano Homo e Femina Donans, orientati alla cooperazione, al dono, alla cura, al risolvere i conflitti in maniera non distruttiva, quindi riscoprire il valore della cerchia è fondamentale per tutti, ma per le donne ancora di più in questo momento.

Nel tuo interessante libro Donne sciamane, fai riferimento alle capanne del sangue o capanne della luna, luoghi in cui le donne si riuniscono a pensare, meditare e “creare” durante il loro “periodo rosso”. E’ auspicabile per te incoraggiare un’abitudine del genere anche nelle culture occidentali?

E’ auspicabile che le donne imparino a comprendere che il ciclo rosso è connesso alle loro doti spirituali e come spiego nel libro tutte le società che imbavagliano il potere femminile puntano il dito contro il ciclo che rende le donne impure, quindi è importante per noi liberarci dell’ associazione simbolica che accomuna mestruazioni e impurità. Nei miei seminari utilizzo spesso l’ocra rossa, che sin dai tempi ancestrali veniva usata nei rituali femminili, è un modo per fare pace con il sangue portatore di vita. Il fatto che le donne si ritrovassero durante il periodo rosso era la risposta biologica al vivere in comunità. Quando le donne convivono, il loro ciclo si sincronizza. E’ sicuramente un’usanza molto bella ma difficile per noi che viviamo isolate le une dalle altre, forse più praticabile da chi sta sperimentando una vita in co-housing o in eco-villaggi. Ad ogni modo possiamo trarre spunto da queste esperienze e trovare altre soluzioni di celebrazione, io ritengo che la creatività sia la vera forza delle donne.

 Ho visto che negli ultimi mesi ti sei sempre firmata con il doppio cognome: Morena Luciani Russo. Perché hai aggiunto un secondo cognome a quello abituale?

Ho deciso di aggiungere al cognome paterno, quello materno, visto che in questo paese non è ancora un diritto riconosciuto. Sento come una ferita non avere il cognome di colei che attraverso il suo corpo mi ha dato la vita e ancor più mi fa male il fatto che i miei figli non abbiano anche il mio cognome vicino a quello dei loro padri. Ho due figli avuti da due papà diversi ed è come se per la legge non fossero fratelli. Non è assurdo? Sono entrambi nati dal mio ventre. Ora, in Italia, è possibile richiedere di aggiungere il cognome materno attraverso una serie di procedure e lo farò al più presto, ma forse dentro di me c’è qualcosa che spera in una legge più giusta, perché se lo facessi sarei comunque obbligata ad avere il cognome che risale a mio nonno e al lignaggio maschile.
E poi non dimentichiamo che nominare noi stesse/i solo attraverso il cognome paterno ha delle implicazioni simboliche ed energetiche non da poco, una persona che lavora su un piano spirituale non dovrebbe trascurare questa realtà. Questo è anche uno dei motivi per i quali chiedo sempre la presentazione con il doppio cognome durante i seminari di sciamanesimo femminile. Una volta ho discusso di questo problema con Luciana Percovich e lei sosteneva che un vero cognome materno potrebbe essere il nome proprio di una nostra nonna o bisnonna. Io penso che questa sia un’idea grandiosa, ma certo è ancora utopistico, poiché non si riesce nemmeno ad ottenere una legge che per diritto assegni entrambi i cognomi ai figli.

Pensi che nei prossimi decenni o secoli si recupererà il culto della Dea?

La Dea non è semplicemente un culto. E’ come chiedere “Pensi che nei prossimi decenni ci muoveremo con più cura e attenzione verso questo pianeta, riusciremo a gestire le risorse più equamente, riusciremo a formare nuclei familiari allargati dove le madri possano essere supportate da altre donne e da uomini gilanici e volenterosi? Pensi che le donne troveranno una loro dimensione spirituale e politica che non riproponga gli schemi del maschile patriarcale? Pensi ci siano uomini pronti a riconoscere il valore delle donne, a ri-definirsi e a non utilizzare sistemi coercitivi e piramidali?” E io ti rispondo “Sono Morena Luciani Russo, corre l’anno 2015 e posso confermarti che molto di tutto questo è già cominciato da tempo, e che tutte e tutti coloro che stanno lavorando in questa direzione sono all’interno di un processo che andrà a sanare il Femminile Oltraggiato. Siamo già nella prospettiva della Dea e quando si imboccano certe strade il senso del sacro si sviluppa in maniera spontanea, è connaturato alla nostra umanità. Non nasciamo né egoist* né violent* e l’equità è la via della Dea.”

Estratto dall’intervista di Giovanna Lombardi. Per il testo completo consultare il libro dell’autrice,  “Sciamane. Donne che si Risvegliano” Verdechiaro Edizioni, 2015

Intervista a Morena Luciani Russo su Radio 24

Da sx Andrea Fianco, Angelo Vaira, Morena Luciani Russo, Andrea Contri, Rosita Celentano

Qual è il rapporto tra sciamanesimo e animali? Ascolta il podcast dell’intervista che Angelo Vaira e Rosita Celentano hanno fatto a Morena Luciani Russo, durante la bellissima trasmissione di Radio 24Chiedimi se sono felice“.

La Terra ha bisogno di società matriarcali, Intervista a Morena Luciani Russo

 
Morena Luciani Russo
Come ti sei avvicinata a queste tematiche?

Da artista in primo luogo. La passione per l’arcaico ha caratterizzato da sempre i miei studi e le mie ricerche, ma non sapevo ancora nulla del neolitico. Una sera ho improvvisamente disegnato una donna con uno strano viso, una grande pancia e grandi seni, non era il mio linguaggio, a quel tempo lavoravo molto con il colore e con immagini stilizzate, quella era un’immagine forte, arrivata quasi per caso. Scoprii qualche giorno dopo di avere nel ventre il mio primo figlio. Ma non fu solo un messaggio per la mia nuova vita di madre perché la stessa settimana girovagando in biblioteca notai un libro sul quale era raffigurata una donna tremendamente simile a quella che avevo disegnato. Era una delle statuine di Cipro e da lì sentii che c’era una traccia da seguire. Divorai i libri di Gimbutas, di Riane Eisler e poi quelli di Vicki Noble e Luciana Percovich, due donne che sono state fondamentali nel mio percorso intellettuale e spirituale. Mi sono avvicinata agli studi matriarcali anche grazie all’incontro con Genevieve Vaughan e alle amiche dell’Associazione Armonie di Bologna. Loro per prime hanno tradotto il lavoro di Heide Goettner Abendroth, quando ancora non esistevano libri in italiano.

Quindi sono state le tue ricerche sulla spiritualità femminile a guidarti?
moso e morena
Ake Dama e Najin Lacong esponenti del popolo Moso insieme a Francesca Rosati Freeman , Morena Luciani Russo e la traduttrice Federica Carmana (convegno sulle culture indigene di pace del 2012)

Sì, assolutamente. La spiritualità femminile è ri-nata verso la fine degli anni ’70 dello scorso secolo quando in ambito archeologico, antropologico, storico e artistico è emersa la documentazione di un tempo in cui le donne erano onorate come emanazioni della Signora della vita, cioè un principio femminile che era molto più antico dello Zeus olimpico e del Dio Padre monoteista. In tutto quel fermento di scoperte sulla civiltà della Dea, la domanda che molti e molte si posero fu: “se è esistita una spiritualità femminile di cui le donne erano viste come le depositarie ancestrali, qual era, come era fatta la società in cui questa spiritualità si inseriva?”. Chi comincia un percorso di spiritualità femminile e si immerge nella cultura della Dea si ritrova prima o poi a farsi certe domande e allo stesso modo chi studia le società matriarcali non può negare la spiritualità femminile, sono due discorsi profondamente collegati. Però il termine “matriarcale” era appunto molto discusso, non eravamo sicure di volerlo usare e da lì che nacque l’idea di “Culture Indigene di Pace”.

Sentivo che era importante dare voce a chi in queste società ci vive, anche per confrontarci rispetto alle idee che noi occidentali ci eravamo fatte in merito. Così attraverso la collaborazione con Luciana Percovich, Sarah Perini e Daniela Deganabbiamo costruito le basi per dar vita al convegno. Ci sembrava bello creare un’occasione nazionale per radunarci, conoscere e discutere anche con chi i valori matriarcali cerca di portarli nella società necrofila in cui viviamo.

 
Yessica Huenteman Medina (Mapuche)
Laima e il Convegno sulle culture indigene di pace, nel 2012, hanno portato per la prima volta in Italia delle rappresentanti del popolo Moso, anche conosciuto come il “Paese delle donne” o anche popolo senza mariti (e senza mogli). Quest’anno fra i numerosi ospiti ci saranno Maria Teresa Panchillo e Yessica Huenteman Medina (Mapuche del Cile) e Malika Grasshoff (Cabilia di Algeria). Come sei riuscita a contattare queste donne e come hanno risposto all’invito di Laima?

Portare in Italia le donne Moso è stata un’impresa epocale riuscita solo grazie all’aiuto di Francesca Rosati Freeman: come si può ben immaginare non è facile far espatriare esponenti di una minoranza etnica dalla Cina. I contatti arrivano comunque quasi tutti dalla nostra rete di conoscenze internazionali, libere studiose e studiosi che si occupano da anni di questi temi. Tutte le persone che abbiamo invitato fino ad ora hanno sempre accettato con molta gioia, sono molto orgogliose della loro cultura e onorate di poterne parlare.

Susun Weed (Usa)
Nei convegni Laima ha sempre dato ampio spazio ai laboratori e all’arte, come succederà ad esempio nel workshop di sabato 19 marzo 2016 (pomeriggio) sui disegni e scritti magici delle donne berbere nordafricane oppure in quelli di domenica 20 marzo (mattina) con Susun Weed sulla medicina erboristica e sull’Arte Mapuche, fra i molti altri proposti. Perché questa scelta?

Perché non vogliamo limitarci ad una conoscenza concettuale di una cultura e se lasciamo spazio solo alle parole e a un convegno frontale rimaniamo su un livello prettamente razionale, perdiamo l’aspetto relazionale e profondo e rimaniamo in quello che noi chiamiamo “il sistema dominante”. La sfida è riuscire a comunicare sui vari livelli, far sì che la piramide si trasformi in un cerchio che comprende tutte le parti del sé e in questo processo l’arte è un canale preferenziale.

Qualche parola in più sull’arte. Penso, ad esempio, alla presenza del fotografo Pierre de Vallombreuse, che parlerà domenica pomeriggio. Cosa ti lega al suo lavoro in particolare e, in generale, perché l’arte non manca mai nelle tue attività e nelle tue ricerche?

L’arte è una chiave di accesso alla realtà nella sua interezza. In una società che riscopre il sacro nella materia e nella terra, l’arte tornerebbe al suo posto, portando bellezza e armonia nel quotidiano, farebbe parte del processo di celebrazione della profondità della vita e non l’effimera superficie o lo specchio di questa società maschilista e violenta. Quando ho visto il lavoro che Pierre ha fatto su alcune società matriarcali dell’Asia, sono rimasta colpita dalla sua capacità di cogliere l’essenza di queste culture e sono molto curiosa di sentire il suo punto di vista di uomo. È importante imparare a “rimatrizzare” la realtà, come dice l’attivista indigena Bernedette Muthien ed è necessario che donne e uomini portino entrambi il proprio contributo in questa direzione.

Estratto dall’intervista a cura di COMUNE-INFO,
per leggere l’intero testo clicca qui.

Morena Luciani: un mondo nuovo oltre il patriarcato. Intervista su Passaparola Magazine

 

Foto di Anna Lami
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Nel marzo scorso, dopo il convegno, è uscito il tuo libro Donne Sciamane (Ed.Venexia). Perché gli antropologi parlano poco di sciamanesimo femminile?

Come spiego nel libro bisogna considerare il problema sotto due aspetti: quello interpreatativo e quello storico. Gli antropologi che si sono inizialmente occupati di sciamanesimo erano perlopiù uomini e hanno quindi focalizzato i loro studi sulle caratteristiche maschili, come la malattia iniziatica o il volo magico, un po’ perchè le donne difficilmente rivelavano il loro sapere sacro agli uomini, un po’ perchè nella maggior parte delle società analizzate le donne non “apparivano”, non avevano potere politico. Quindi si è preferito chiamarle guaritrici, curandere ecc., mentre gli uomini che esercitavano il potere spirituale erano Sciamani, consiglieri dei capi, se non in alcuni casi capi essi stessi. Poi bisogna considerare che lo sciamanesimo è stato considerato come la prima “religione” dell’umanità e pertanto messo in relazione con la preistoria e con quell’idea di mondo preistorico che archeologi, paleontologi e antropologi hanno costruito per noi. Banalmente è lo stesso immaginario che ha pervaso per anni film e cartoni animati, quel quadretto in cui gli uomini con la clava erano i cacciatori di grandi prede e le donne tutte dedite alla sopravvivenza morivano giovani a causa delle numerose gravidanze. In questa visione del mondo, gli sciamani erano parte integrante dei gruppi di cacciatori e quindi gli aspetti rituali, artistici, politici della società erano del tutto in mano agli individui di sesso maschile.
Ma questa teoria interpretativa è ad oggi del tutto screditata e i più antichi scheletri riesumati con paraphernalia e oggetti rituali risultano appartenere a donne! Nel libro ho cercato di analizzare tutti gli elementi che hanno cancellato la spiritualità femminile all’interno della storia.

Nella nostra cultura la donna vive scissa dal proprio corpo e questo si manifesta con dolorose patologie e con l’adesione a modelli imposti da una mentalità maschilista. Cosa ci insegna lo sciamanesimo sul corpo femminile?

Ci insegna che la spiritualità è nel nostro corpo, a partire dal nostro ciclo mestruale che ci predispone biologicamente a vivere “qui e là”, sperimentando ogni mese, fin da quando siamo ragazzine stati di coscienza non ordinari…la famosa “intuizione femminile”, che all’interno del mondo patriarcale è diventata conoscenza di tipo B. Come spiegano studiose come Camilla Power e Judy Grahn il ciclo rosso è il fondamento di tutta la ritualità umana, è il tempo, la matematica e il “tempio”. E poi c’è l’altro aspetto, il parto. La capacità di dare la vita è una diretta connessione con il mondo del mistero. In molte culture, tra cui alcuni popoli aborigeni dell’Australia, le donne non avevano bisogno di rituali o malattie inziatiche per diventare sciamane, il parto era già considerato una via preferenziale.

Tu sei anche un’artista e nel tuo libro parli ampiamente del rapporto tra arte e fenomeni estatici, che rapporto c’è tra sciamanesimo e creazione artistica?

E’ una domanda complessa, dovrei scrivere un libro solo su questo argomento, ma per usare una metafora, potrei dire che arte e sciamanesimo sono amanti sin dai primordi dell’umanità. La teoria fosfenica elaborata da Lewis-Williams, Dowson e Clottes che mette in relazione l’arte rupestre con gli stati sciamanici di conoscenza e gli studi delle neuroscienze, ha comportato un cambio di paradigma in questo campo. Se poi a questa si aggiungono gli studi di archeomitologia della Gimbutas e le analisi storico-sociologiche della Eisler, il quadro della preistoria e dell’arte cambia completamente. L’arte non aveva quasi nulla a che vedere con la caccia o con primi rozzi tentativi di esprimere un bisogno estetico innato. L’arte era al centro dei culti di celebrazione della vita, era il ponte tra i mondi e nel rapporto dialettico tra vita morte e rigenerazione le donne svolgevano un ruolo fondamentale. Erano sciamane, guaritrici e artiste.

Dal tuo libro:
<<…sono state messe al bando tutte le sostanze di origine naturale che espandono lo stato ordinario della coscienza, mentre l’alcool, che crea dipendenza e alimenta personalità egoiche e violente, è assolutamente legalizzato>>. Molte sostanze psicoattive naturali sono illegali ma molte persone fanno uso di stupefacenti deleteri per il sistema nervoso e per la salute. Ancora una volta cosa ci insegna lo sciamanesimo?

Insegna a mettersi in connessione con la Vita, quella con V maiuscola. E’ da 5000 anni che viviamo in una cultura necrofila, che ha messo al bando il potere femminile, quello spirituale e quello politico. Le cose sono andate di pari passo. Le piante psicoattive sono state utilizzate da noi donne sin dagli albori della civiltà, sono piante di grande potere curativo e nelle culture sciamaniche di ogni dove, sono considerate sacre. Non creano dipendenza, ma “conoscenza” e ristabiliscono un equilibrio tra corpo, mente e spirito, così come tra donna-uomo-Natura…proprio quello che manca a questa società malata e piena di ego, che privilegia appunto sostanze pericolose e ne fa un uso ludico e sconsiderato. Per noi donne la domanda è: “vogliamo lasciare i nostri figli e le nostre figlie in preda allo spettro della droga o vogliamo tornare ad occuparci di questo argomento?”.

L’argomento eutanasia suscita sempre accesi dibattiti e non si riesce, nel nostro paese, a formulare una legge che possa lasciare libera scelta rispetto alle terapie mediche. Nel tuo libro si descrive la donna sciamana come colei che accompagna nella nascita e nella morte. Chi era l’Accoppatrice?

E’ una figura curiosa della tradizione sarda, una delle poche tradizioni italiane che ha conservato qualcosa della sua antica matrice matriarcale. Quando una persona era in preda all’agonia e non riusciva a morire, dopo vari tentativi e l’estrema unzione da parte del prete, i parenti chiamavano l’Accabbadora, una donna esperta di cose “magiche”, che sapeva dare morte immediata e traghettare l’anima dei morti nell’aldilà. Se teniamo conto che l’Accabbadora era anche una levatrice e una guaritrice, ci troviamo di fronte ad una figura di evidenti caratteristiche sciamaniche. Riguardo all’eutanasia, posso dire che è stata allontanata dal mondo cattolico occidentale, perchè, in certo senso, spezza il “patto di vita stretto con Dio”, ma i popoli matricentrici dell’Antica Europa, di cui la Sardegna nel suo sincretismo porta ancora qualche testimonianza, non avevano questa visione delle cose, la morte faceva parte del ciclo vitale e non veniva “allontanata”. Le tombe erano piene di simboli di rigenerazione e in molti casi, le ossa dei propri antenati e delle proprie antenate venivano sepolte sotto il pavimento della cucina.

Rashida Manjoo relatore speciale dell’ ONU per la violenza contro le donne ha definito femminicidio cio’che sta accadendo nel nostro paese. Cosa ne pensi?

Penso che sia il termine giusto e che sia assolutamente necessario da parte delle legge italiana e dei media, dare un nome appropriato a questa tragedia. Dall’inizio dell’anno si contano 73 omicidi di donne, tutte ammazzate da parte di mariti e compagni, perchè avevano in qualche modo “reclamato” in maniera diretta o indiretta il loro bisogno di libertà. Il problema è complesso, io sento però che questa crescita di episodi violenza sulle donne, sia il colpo di coda del patriarcato…il potere femminile si sta espandendo sulla terra e c’è qualcosa nella mente patriarcale che cerca di fermarlo. Come associazione Laima stiamo preparando un grande progetto di educazione alla partnership, perchè crediamo che sia veramente importante ri-educarci tutti e tutte ad una visione diversa della cose e delle relazioni.

Estratto dall’intervista di Sonia Sion per Passaparola Magazine. Per leggere intervista completa cliccare QUI.