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Intervista a Morena Luciani Russo per “Sciamane. Donne che si Risvegliano” di Giovanna Lombardi

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Organizzi anche Cerchi di donne, qual e’ la loro funzione?

Ti rispondo con una domanda, qual è il primo cerchio che conosciamo?
Ci riflettevo con un caro amico, Flavio Pinto, che io amo definire, studioso gilanico di lingue antiche, e lui mi faceva notare che sarebbe opportuno usare il termine “cerchia”, al femminile, perché il primo cerchio è la pancia di nostra madre. Le nostre antenate e i nostri antenati non avrebbero mai usato un termine maschile per definire la pancia della madre. Non è meraviglioso che sia stato un uomo ad accorgersi di questo?
Potremmo dire che ritrovarsi “in cerchia” corrisponde a un bisogno biologico, alla nostra natura più intima, ma abbiamo vissuto per 5000 anni dentro forme piramidali e non è facile ritrovare quella configurazione e riportarla nella nostra vita.
Per noi donne sta diventando un’esigenza vivere esperienze “circolari”, non possiamo più permetterci di sostenere questa società violenta e sessista e di crescervi bambine e bambini, ma nulla cambierà se continueremo ad essere divise le une dalle altre, nello stato di diaspora, come lo chiama Mary Daly, perché è in questa alienazione che il patriarcato trova terreno fertile per continuare ad operare.
Le cerchie femminili fondate su pratiche spirituali corporee e sulla celebrazione dei cicli naturali sono i luoghi in cui le donne si donano, l’una con l’altra, forza e coraggio. Inoltre sono l’antidoto alla competizione femminile di cui spesso le donne vengono accusate. La competizione nasce come risposta ai meccanismi patriarcali, non è assolutamente connaturata in noi come ci hanno fatto credere: infatti le donne e gli uomini che si riappropriano dei valori matriarcali ritornano Homo e Femina Donans, orientati alla cooperazione, al dono, alla cura, al risolvere i conflitti in maniera non distruttiva, quindi riscoprire il valore della cerchia è fondamentale per tutti, ma per le donne ancora di più in questo momento.

Nel tuo interessante libro Donne sciamane, fai riferimento alle capanne del sangue o capanne della luna, luoghi in cui le donne si riuniscono a pensare, meditare e “creare” durante il loro “periodo rosso”. E’ auspicabile per te incoraggiare un’abitudine del genere anche nelle culture occidentali?

E’ auspicabile che le donne imparino a comprendere che il ciclo rosso è connesso alle loro doti spirituali e come spiego nel libro tutte le società che imbavagliano il potere femminile puntano il dito contro il ciclo che rende le donne impure, quindi è importante per noi liberarci dell’ associazione simbolica che accomuna mestruazioni e impurità. Nei miei seminari utilizzo spesso l’ocra rossa, che sin dai tempi ancestrali veniva usata nei rituali femminili, è un modo per fare pace con il sangue portatore di vita. Il fatto che le donne si ritrovassero durante il periodo rosso era la risposta biologica al vivere in comunità. Quando le donne convivono, il loro ciclo si sincronizza. E’ sicuramente un’usanza molto bella ma difficile per noi che viviamo isolate le une dalle altre, forse più praticabile da chi sta sperimentando una vita in co-housing o in eco-villaggi. Ad ogni modo possiamo trarre spunto da queste esperienze e trovare altre soluzioni di celebrazione, io ritengo che la creatività sia la vera forza delle donne.

 Ho visto che negli ultimi mesi ti sei sempre firmata con il doppio cognome: Morena Luciani Russo. Perché hai aggiunto un secondo cognome a quello abituale?

Ho deciso di aggiungere al cognome paterno, quello materno, visto che in questo paese non è ancora un diritto riconosciuto. Sento come una ferita non avere il cognome di colei che attraverso il suo corpo mi ha dato la vita e ancor più mi fa male il fatto che i miei figli non abbiano anche il mio cognome vicino a quello dei loro padri. Ho due figli avuti da due papà diversi ed è come se per la legge non fossero fratelli. Non è assurdo? Sono entrambi nati dal mio ventre. Ora, in Italia, è possibile richiedere di aggiungere il cognome materno attraverso una serie di procedure e lo farò al più presto, ma forse dentro di me c’è qualcosa che spera in una legge più giusta, perché se lo facessi sarei comunque obbligata ad avere il cognome che risale a mio nonno e al lignaggio maschile.
E poi non dimentichiamo che nominare noi stesse/i solo attraverso il cognome paterno ha delle implicazioni simboliche ed energetiche non da poco, una persona che lavora su un piano spirituale non dovrebbe trascurare questa realtà. Questo è anche uno dei motivi per i quali chiedo sempre la presentazione con il doppio cognome durante i seminari di sciamanesimo femminile. Una volta ho discusso di questo problema con Luciana Percovich e lei sosteneva che un vero cognome materno potrebbe essere il nome proprio di una nostra nonna o bisnonna. Io penso che questa sia un’idea grandiosa, ma certo è ancora utopistico, poiché non si riesce nemmeno ad ottenere una legge che per diritto assegni entrambi i cognomi ai figli.

Pensi che nei prossimi decenni o secoli si recupererà il culto della Dea?

La Dea non è semplicemente un culto. E’ come chiedere “Pensi che nei prossimi decenni ci muoveremo con più cura e attenzione verso questo pianeta, riusciremo a gestire le risorse più equamente, riusciremo a formare nuclei familiari allargati dove le madri possano essere supportate da altre donne e da uomini gilanici e volenterosi? Pensi che le donne troveranno una loro dimensione spirituale e politica che non riproponga gli schemi del maschile patriarcale? Pensi ci siano uomini pronti a riconoscere il valore delle donne, a ri-definirsi e a non utilizzare sistemi coercitivi e piramidali?” E io ti rispondo “Sono Morena Luciani Russo, corre l’anno 2015 e posso confermarti che molto di tutto questo è già cominciato da tempo, e che tutte e tutti coloro che stanno lavorando in questa direzione sono all’interno di un processo che andrà a sanare il Femminile Oltraggiato. Siamo già nella prospettiva della Dea e quando si imboccano certe strade il senso del sacro si sviluppa in maniera spontanea, è connaturato alla nostra umanità. Non nasciamo né egoist* né violent* e l’equità è la via della Dea.”

Estratto dall’intervista di Giovanna Lombardi. Per il testo completo consultare il libro dell’autrice,  “Sciamane. Donne che si Risvegliano” Verdechiaro Edizioni, 2015

La Terra ha bisogno di società matriarcali, Intervista a Morena Luciani Russo

 
Morena Luciani Russo
Come ti sei avvicinata a queste tematiche?

Da artista in primo luogo. La passione per l’arcaico ha caratterizzato da sempre i miei studi e le mie ricerche, ma non sapevo ancora nulla del neolitico. Una sera ho improvvisamente disegnato una donna con uno strano viso, una grande pancia e grandi seni, non era il mio linguaggio, a quel tempo lavoravo molto con il colore e con immagini stilizzate, quella era un’immagine forte, arrivata quasi per caso. Scoprii qualche giorno dopo di avere nel ventre il mio primo figlio. Ma non fu solo un messaggio per la mia nuova vita di madre perché la stessa settimana girovagando in biblioteca notai un libro sul quale era raffigurata una donna tremendamente simile a quella che avevo disegnato. Era una delle statuine di Cipro e da lì sentii che c’era una traccia da seguire. Divorai i libri di Gimbutas, di Riane Eisler e poi quelli di Vicki Noble e Luciana Percovich, due donne che sono state fondamentali nel mio percorso intellettuale e spirituale. Mi sono avvicinata agli studi matriarcali anche grazie all’incontro con Genevieve Vaughan e alle amiche dell’Associazione Armonie di Bologna. Loro per prime hanno tradotto il lavoro di Heide Goettner Abendroth, quando ancora non esistevano libri in italiano.

Quindi sono state le tue ricerche sulla spiritualità femminile a guidarti?
moso e morena
Ake Dama e Najin Lacong esponenti del popolo Moso insieme a Francesca Rosati Freeman , Morena Luciani Russo e la traduttrice Federica Carmana (convegno sulle culture indigene di pace del 2012)

Sì, assolutamente. La spiritualità femminile è ri-nata verso la fine degli anni ’70 dello scorso secolo quando in ambito archeologico, antropologico, storico e artistico è emersa la documentazione di un tempo in cui le donne erano onorate come emanazioni della Signora della vita, cioè un principio femminile che era molto più antico dello Zeus olimpico e del Dio Padre monoteista. In tutto quel fermento di scoperte sulla civiltà della Dea, la domanda che molti e molte si posero fu: “se è esistita una spiritualità femminile di cui le donne erano viste come le depositarie ancestrali, qual era, come era fatta la società in cui questa spiritualità si inseriva?”. Chi comincia un percorso di spiritualità femminile e si immerge nella cultura della Dea si ritrova prima o poi a farsi certe domande e allo stesso modo chi studia le società matriarcali non può negare la spiritualità femminile, sono due discorsi profondamente collegati. Però il termine “matriarcale” era appunto molto discusso, non eravamo sicure di volerlo usare e da lì che nacque l’idea di “Culture Indigene di Pace”.

Sentivo che era importante dare voce a chi in queste società ci vive, anche per confrontarci rispetto alle idee che noi occidentali ci eravamo fatte in merito. Così attraverso la collaborazione con Luciana Percovich, Sarah Perini e Daniela Deganabbiamo costruito le basi per dar vita al convegno. Ci sembrava bello creare un’occasione nazionale per radunarci, conoscere e discutere anche con chi i valori matriarcali cerca di portarli nella società necrofila in cui viviamo.

 
Yessica Huenteman Medina (Mapuche)
Laima e il Convegno sulle culture indigene di pace, nel 2012, hanno portato per la prima volta in Italia delle rappresentanti del popolo Moso, anche conosciuto come il “Paese delle donne” o anche popolo senza mariti (e senza mogli). Quest’anno fra i numerosi ospiti ci saranno Maria Teresa Panchillo e Yessica Huenteman Medina (Mapuche del Cile) e Malika Grasshoff (Cabilia di Algeria). Come sei riuscita a contattare queste donne e come hanno risposto all’invito di Laima?

Portare in Italia le donne Moso è stata un’impresa epocale riuscita solo grazie all’aiuto di Francesca Rosati Freeman: come si può ben immaginare non è facile far espatriare esponenti di una minoranza etnica dalla Cina. I contatti arrivano comunque quasi tutti dalla nostra rete di conoscenze internazionali, libere studiose e studiosi che si occupano da anni di questi temi. Tutte le persone che abbiamo invitato fino ad ora hanno sempre accettato con molta gioia, sono molto orgogliose della loro cultura e onorate di poterne parlare.

Susun Weed (Usa)
Nei convegni Laima ha sempre dato ampio spazio ai laboratori e all’arte, come succederà ad esempio nel workshop di sabato 19 marzo 2016 (pomeriggio) sui disegni e scritti magici delle donne berbere nordafricane oppure in quelli di domenica 20 marzo (mattina) con Susun Weed sulla medicina erboristica e sull’Arte Mapuche, fra i molti altri proposti. Perché questa scelta?

Perché non vogliamo limitarci ad una conoscenza concettuale di una cultura e se lasciamo spazio solo alle parole e a un convegno frontale rimaniamo su un livello prettamente razionale, perdiamo l’aspetto relazionale e profondo e rimaniamo in quello che noi chiamiamo “il sistema dominante”. La sfida è riuscire a comunicare sui vari livelli, far sì che la piramide si trasformi in un cerchio che comprende tutte le parti del sé e in questo processo l’arte è un canale preferenziale.

Qualche parola in più sull’arte. Penso, ad esempio, alla presenza del fotografo Pierre de Vallombreuse, che parlerà domenica pomeriggio. Cosa ti lega al suo lavoro in particolare e, in generale, perché l’arte non manca mai nelle tue attività e nelle tue ricerche?

L’arte è una chiave di accesso alla realtà nella sua interezza. In una società che riscopre il sacro nella materia e nella terra, l’arte tornerebbe al suo posto, portando bellezza e armonia nel quotidiano, farebbe parte del processo di celebrazione della profondità della vita e non l’effimera superficie o lo specchio di questa società maschilista e violenta. Quando ho visto il lavoro che Pierre ha fatto su alcune società matriarcali dell’Asia, sono rimasta colpita dalla sua capacità di cogliere l’essenza di queste culture e sono molto curiosa di sentire il suo punto di vista di uomo. È importante imparare a “rimatrizzare” la realtà, come dice l’attivista indigena Bernedette Muthien ed è necessario che donne e uomini portino entrambi il proprio contributo in questa direzione.

Estratto dall’intervista a cura di COMUNE-INFO,
per leggere l’intero testo clicca qui.

Una Cerimonia per Madre Terra, Articolo di Morena Luciani Russo

Risvegliare la forza dell’Orsa e rimettere radici nella Terra


© Anna Lami Photografia
© Anna Lami Photografia

Lo scorso 18 marzo 2016, in occasione del convegno “Culture Indigene di Pace. I Sentieri della Terra”, abbiamo preparato una grande festa per celebrare la Madre della Vita e l’Equinozio di Primavera. In questi anni ho direzionato il mio lavoro verso l’ espressione del femminile in forma animale e dell’ energia sciamanica custodita nei nostri corpi di donne, che ci vede sorelle e figlie di tutte le creature della Terra. Orse, serpentesse, volpi, poiane e civette, tigri  o piccole api ronzanti, la Signora della Vita è in  ciclica  trasformazione, assume le forme più disparate e noi impariamo a fluire con lei, a seconda della necessità del momento e del luogo.

In questo caso la cerimonia era dedicata all’Orsa, la più antica e amata rappresentazione della Natura Selvaggia del nostro emisfero, Signora della Montagna, delle Foreste, delle Grotte e delle Stelle.

Jelly Chiaradia, © Anna Lami Photografia

Chi più di lei è stata violata e dimenticata ?

Il rituale cominciava con la sua morte, nel monologo dell’attrice Jelly Chiaradia e  il bastone che la raffigurava cadeva similmente a come cadde il patto tra noi e colei che ci diede la vita nella sua spirale. E così

 [..]Muore la terra

Ogni volta

Che tu hai paura

Del movimento misterioso

Incompreso

Offeso dalla indecenza di un pensiero corrotto

Che ha trasformato

La magia di parole ancestrali

In un letargo della libertà con le sue vibrazioni d’amore

Raccolte e sepolte ora (1)

Emanuela Sposato e Isabella Landi, Foto di Fabio Rupoli

Alessia De Gasperi, Daniela De Stefanis, Isabella Landi e Emanuela Sposato, © Fabio Rupoli

Nel silenzio e nel buio della notte sono arrivate le Volpi. Le Volpi sono figure chiavi del mio percorso di sciamanesimo e sono sempre più convinta che portino un grande insegnamento alle donne contemporanee, poiché sono in grado di camminare sulla corda che unisce la vita e la morte, sanno saltare e fare il verso al mondo mostrando l’irriverenza del Femminile, la sensualità, la verità del grottesco e del buffo, il dolore che si rigenera e risveglia.

 

Morena Luciani Russo e le volpi, © Anna Lami Photografia

Ma chi può ridestare la forza dell’Orsa da un inverno così lungo che pare simile alla morte? Le volpi si fanno messaggere e richiamano le donne ad agire attraverso il potere della loro Vulva, la Cavità e il Vuoto da cui tutto si genera,  e tra le risate, i canti e i tamburi esse liberano la loro Anima-Orsa scon-volgendo e coin-volgendo tutto il pubblico. Il bastone ursino abbandonato sul suolo arido torna vivo e germogliante nelle mani di chi si assume la responsabilità di rimetterlo in piedi e viene affidato ad un giovane uomo e ad una giovane donna affinché sia riportato in un luogo speciale,  in questo caso al centro di un labirinto con le sue guardiane, le quali ci ricordano  che acqua, terra, fuoco e aria sono gli elementi di cui tutte e tutti noi siamo costituite/i.

Morena Luciani Russo, Laura Ghianda e Mattia Rossi, © Anna Lami Photografia

Sarah Perini, © Anna Lami Photografia

Qui i canti e i tamburi continuano ad accompagnare donne, uomini, bambine e bambini desiderosi di portare fiori e offerte con gioia e commozione. Perché questo è uno spazio “sacro”, uno spazio in cui ritorniamo a ringraziare colei che ci nutre e ci sostiene, una cerimonia collettiva in cui disperdiamo il nostro ego e l’animale e l’anima si uniscono. Ci ritroviamo Orse e Orsi e radicalmente, come diceva Mary Daly, riaffondiamo le Radici nella Terra, unendoci in suo nome e risanando la ferita inferta al Femminile da quasi 5000 anni.

© Anna Lami Photografia

Queste sono le cerimonie delle donne, quelle di cui il mondo ha bisogno per riunire in sé la parte di umanità che vuole vivere libera dal sistema patriarcale e dominatore.  Queste sono le follie di cui sono capaci le donne,  cerimonie ad alto voltaggio empatico ed emotivo che sanno curare dentro e fuori.

(1) Estratto dal monologo di Jelly Chiaradia

Cerimonia a cura di Morena Luciani Russo in collaborazione con Sarah Perini e la partecipazione di:

Licia Chitaroni, Matilde Bellazzecca, Enza Ferragina, Elena Ribet, Jelly Chiaradia, Francesca Rugi, Sabina Violante, Daniela Degan, Lina Rossini, Daniela De Stefanis, Alessia De Gasperi, Emanuela Sposato, Isabella Landi, Giovanna Clerico, Grazia Carlino, Valentina Ares, Federica Carmana, Titti Bertolin, Mattia Rossi,  Laura Ghianda.