Nelle ultime settimane si è fatto un gran parlare dell’iniziativa della catena di cosmetici Sephora di mettere in vendita un “kit della strega”, una scatola che, tra le altre cose, conteneva la Salvia Bianca, pianta sacra delle popolazioni native della California, il cui fumo viene usato nella purificazione sciamanica. I gruppi nativi si sono ribellati con un’accesa battaglia virtuale, spiegando come la salvia sia una medicina tradizionale, che a causa del business creato negli ultimi anni a livello globale, è ormai a rischio di estinzione. Le proteste sembrano aver funzionato e il kit ora non è più sul mercato, ma credo sia importante fermarsi a riflettere cercando di portare chiarezza su un punto importante.
In quasi tutte le cerimonie sacre si bruciano erbe e incensi, ma non é semplicemente l’atto di bruciare una pianta a fare una vera “purificazione”. Nello sciamanesimo le piante sono alleate come gli animali e le pietre, non per tutte e tutti sono le stesse ed il loro potere non deriva semplicemente dal principio vegetale attivo, ma risiede nella relazione che impariamo a creare con esse qui, nella terra che calpestiamo, nei luoghi che amiamo. Negli anni impareremo a fare i giusti avvistamenti, a raccogliere sempre poco da ogni pianta, a ringraziare e lasciare qualcosa in cambio, che nutra magari gli altri esseri della Terra. A farci trovare piuttosto che a cercare.
Non c’è nulla di male a provare erbe di luoghi lontani, ma abbandoniamo l’idea che sia sufficiente comprare un bastone di salvia per pulire la bolla energetica di una persona o un luogo. Se non c’è connessione, se non c’è rivelazione, agiremo sempre e solo in superficie.
Non vi svelerò quali sono le piante che io uso e raccolgo, ma voglio raccontarvi questo. La mia amica Giovanna ha coltivato e poi raccolto le sue piante di lavanda. A loro ha cantato durante la crescita, le ha accudite e poi al momento giusto, tagliate, seccate e ripiegate con arte, in modo che continuino a bruciare per un po’ e infine legate con un bel nastro viola.
Quando brucio la sua lavanda io non sento semplicemente la lavanda, ma l’amore che lei e Giovanna hanno nutrito insieme e che cura e rende più dolce la mia casa. Solo nella relazione poetica e affettiva tra noi e il mondo si attiva la magia, le piante allora ci offriranno il loro dono sciamanico e noi impareremo davvero a muoverci in modo sacro. Quindi che le Giovanne e i Giovanni abbondino nelle nostre vite!
Spesso mi si chiede quali storie raccontare a bambini e bambine…questa fiaba l’ho raccontata così tante volte a mia figlia e mio figlio, che l’ho ormai fatta un po’ mia. Quindi la troverete un po’ “rispolverata” rispetto alla versione dei libri dei Grimm. Credo che mai come in questo momento abbiamo bisogno di narrazioni che ci riconducano ad amare la nostra Madre Terra. Ormai i miei figli sono grandicelli, ma questo racconto si è depositato nel loro cuore e credo che in qualche modo li guiderà nella loro esistenza. Vi consiglio di raccontarla suonando ogni tanto una campanella o un sonaglio, così da renderla ancora più magica.
Dea Ape della mitologia indiana chiamata Madhusana
Una volta in un regno lontano vivevano tre fratelli. I due più grandi decisero di partire per esplorare il mondo e lasciarono casa. Il fratello più piccolo, che si chiamava Grullo soffrì di solitudine e non appena ebbe l’età giusta si mise in viaggio anche lui per andare a raggiungere i suoi fratelli.
Cammina cammina giunse in una radura dove sentì un gran fracasso. Riconobbe le voci dei suoi fratelli, ma i due erano tutti intenti a distruggere un formicaio, allora Grullo gli corse incontro e disse loro : “No! Fermi! Non sopporto che facciate male alle formiche, lasciatele in pace!”
Allora i due fratelli piuttosto scocciati si fermarono. Felici comunque di essersi ritrovati, proseguirono il cammino tutti insieme. Dopo un po’ arrivarono vicino a un bellissimo lago dalle acque azzurre in cui nuotavano moltissime anatre. I due fratelli avevano già l’acquolina in bocca “Bene, prendiamone il più possibile e arrostiamole!”, ma Grullo intervenne di nuovo “Hey voi! Fermatevi, lasciate in pace le anatre, non tollero che le uccidiate!”. I due fratelli brontolarono e abbandonarono l’impresa.
Camminarono ancora e si ritrovarono in una radura dove si trovava un grande, grandissimo albero, con rami meravigliosi che si intrecciavano fino al cielo. I due fratelli avvertirono un forte ronzio e subito pensarono “Qui c’è un alveare, accendiamo subito un bel fuoco, affumichiamo le api e prendiamo tutto il miele!”. Ma quando Grullo vide quel che stavano facendo intervenne subito dicendo: “Hey voi due, state lontani da quelle api, non tollero che le bruciate!”.
Ancora una volta i fratelli rinunciarono alle loro imprese e continuarono il loro viaggio.
Intanto la luce calava e al tramonto giunsero in un luogo piuttosto strano. Tutto era silenzioso e spettrale, c’erano alberi di pietra, uomini e donne di pietra, animali di pietra. In fondo al bosco videro una lucina che proveniva da una casa, allora spaventati e stanchi si diressero verso la casetta. Sbirciarono dalla finestra e videro un omino con una lunga barba tutto intento a preparare una tavola piena di ogni prelibatezza. Allora bussarono alla porta e nessuno si presentò. Bussarono ancora, ma niente. Alla terza la porta si aprì e l’omino senza dire una sola parola li fece entrare e diede loro da mangiare e da bere a sazietà. Poi li accompagnò ognuno in una stanza con un bel letto comodo per dormire.
Prima che la notte giungesse l’omino andò a chiamare il fratello maggiore e gli disse “Domani mattina dovrai superare la prima prova. Entro il tramonto dovrai raccogliere le mille perle della principessa perse in mezzo all’erba, se no diventerai di pietra anche tu, come il resto di questo regno”. Il fratello senza preoccuparsi troppo se ne andò a dormire, al mattino si svegliò tardi e si incamminò per andare alla ricerca delle perle. Al tramonto riuscì a riportare solo 100 perle e divenne di pietra.
Il giorno dopo toccò al secondo fratello, anche lui presuntuoso e pieno di sé si alzò tardi e tornò al tramonto solamente con duecento perle. La terza sera toccò a Grullo. Era così preoccupato che non riuscì a chiudere occhio. All’alba si alzò e cominciò a cercare le perle, ma presto si rese conto che era un’impresa impossibile così si sedette su una bella roccia e disperato cominciò a parlare a se stesso dicendo “come farò mai a trovare le mille perle, è un’impresa impossibile, impossibile! Povero me, diventerò di pietra”. Il pensiero lo rendeva triste e sconsolato, ma un gruppetto di formiche passò proprio in quel momento e sentendo le sue parole una delle formiche si avvicinò dicendo “Grullo, non preoccuparti, tu una volta hai aiutato noi e adesso noi aiuteremo te”.
Le formiche andarono subito a chiamare le compagne e tutte insieme con le loro zampette si misero al lavoro. Raccolsero una ad una tutte le mille perle e Grullo tornò dall’omino molto prima del tramonto. Lo trovò molto sorpreso, “ma come caspita può esserci riuscito?” si chiedeva tra sé e sé.
La sera l’omino andò nuovamente a chiamare Grullo e gli disse “Bene, adesso devi superare la seconda prova. Qui vicino c’è un lago e tu dovrai recuperare la chiave che apre la camera della principessa dispersa nei suoi bui fondali. Se al tramonto non la porterai, diventerai di pietra anche tu”.
Grullo di nuovo non dormì, all’alba si alzò e cominciò a nuotare di qua e di là lungo tutto il lago. Alla fine disperato si mise ad asciugare su una pietra e parlando a se stesso borbottò “Non riuscirò mai a trovare la chiave, per me non c’è scampo!”. Ma in quel momento alcune anatre che stavano vicino a lui lo sentirono e lo consolarono “Grullo stai tranquillo, tu una volta hai salvato noi e adesso noi salveremo te”. Andarono a chiamare tutte le altre amiche anatre ed esplorarono ogni centimetro del lago fino a che trovarono la chiave.
Grullo era pieno di gioia, ringraziò le sue amiche anatre e corse dall’omino per consegnargliela. L’omino era esterrefatto e non capiva davvero come avesse potuto trovare la chiave.
Alla sera lo chiamò e gli spiegò l’ultima prova che avrebbe dovuto affrontare. “Salirai sulla torre e troverai una stanza, con la chiave aprirai la porta e troverai tre letti e tre fanciulle una identica all’altra, non ci sarà nessuna differenza tra di loro, se non che una prima di dormire ha mangiato lo zucchero, una la melassa e l’altra il miele. Tu dal solo respiro dovrai capire quale delle tre abbia mangiato il miele”.
Pendente raffigurante due api che trasportano una goccia di miele, 1800 Prima dell’Era Comune, Creta
Grullo allora salì, aprì la porta e si mise ad osservare le tre ragazze. Non c’era nessuna differenza tra di loro, nessun odore che potesse indicargli quella giusta e cominciò a disperarsi. Ma la regina delle api che era poggiata sulla finestra lo sentì e volò vicino a lui dicendo “Grullo, non preoccuparti, tu una volta ci salvasti dal fuoco e noi adesso salveremo te”. La regina delle api cominciò ronzare nella stanza e andò ad assaggiare la bocca di ogni fanciulla:“Mmm…no questa è melassa, no, no, questa è zucchero”, infine volò dalla terza fanciulla e disse “Questa ha mangiato il miele!”.
Così Grullo la accarezzò sulla fronte, la fanciulla si svegliò e insieme andarono a soffiare su ogni cosa nella stanza e nel bosco. Tutto ritornò alla vita e gli abitanti del bosco prepararono una grande festa, ballando e cantando tutta la notte. Il consiglio degli animali e delle piante si riunì per sancire la nuova alleanza con l’umanità. E le pietre sorrisero.
Non so descrivere il dolore che mi ha procurato la vista di questa scultura, ancora prima di metterla a fuoco e di capire esattamente cosa fosse.
“Certo, è l’abbattimento di un’amazzone” ho realizzato, sussultando dentro di me.
Bisognava rappresentarne ancora la bellezza e la sensualità per esaltare a pieno la vittoria, non bastava ritrarre una donna in battaglia, era necessario ribadire il mito della guerra e godere della sua sconfitta e della sua agonia. Non era semplicemente la morte di un’eroina, ma quella della millenaria cultura politica e spirituale matriarcale, l’unica vera civiltà che abbiamo conosciuto dal principio della storia del mondo.
La dea che reggeva o mostrava fiera il proprio seno, non solo come espressione di nutrimento e rigenerazione, ma anche come energia sciamanica vitale e protettiva ora è finalmente disarcionata, come una delle sue audaci figlie. É un dolore che ogni donna contiene nelle sue cellule e può riconoscere nell’immediato, senza nemmeno sapere perché.
La targa riportava la semplice descrizione “Amazzone Morente”. Era Antiope? Era Ippolita o Pentesilea? Lì in quella terra che ora chiamiamo Turchia e che tutt’oggi genera donne-dee dal coraggio stellare. Era una delle combattenti di Kobane? Era Sakine o Azime o Fidan o la giovane e sorridente Anna Campbell? Era ed è tutta Afrin, era ed è quella morsa che sentiamo ogni mattina alzandoci e che piano piano con fatica cerchiamo di trasformare, ritornando al centro di noi stesse per attingere alla forza spirituale di quell’antico fiero seno.
Appena superato il muro di entrata accanto al quale è posizionata la statua si incontra la bellissima Artemide Efesia, chissà se chi ha allestito il museo sapeva che proprio a lei le amazzoni dedicavano numerose cerimonie? Io mi ci metto accanto e mi risale un po’ di gioia.
Intervista del Corriere della Sera, a cura di Dario Basile.
Articolo pubblicato il 23 Luglio 2018.
Dopo la lettura di questa bella intervista, è consigliato uno sguardo all’articolo che Daniela Degan ha pubblicato su COMUNE INFO, per spiegare la giusta accezione del termine “matriarcato”, che non è da interpretarsi come speculare a “patriarcato”, quindi “dominio delle donne”, come sostiene erroneamente il Corriere della Sera nel riquadro in basso.
Ad EST là dove giace la Prima Donna violata dagli uomini del Patriarcato in preda al veleno della Rabbia, ci sono i nuovi uomini che si scusano e lavano le ferite guidati dalla Compassione e da un cuore puro come il cristallo. E io ringrazio questi uomini.A SUD là dove giace la Prima Donna picchiata dagli uomini del Patriarcato in preda al veleno dell’Arroganza, ci sono i nuovi uomini che accarezzano i lividi e si impegnano a trattare le donne e tutti gli esseri con Equanimità. E io ringrazio questi uomini.
Ad OVEST là dove giace la Prima Donna uccisa dagli uomini del Patriarcato in preda all’Ossessione e alla Brama di possesso, ci sono i nuovi uomini che piangono il cadavere e imparano ad agire secondo le regole del Discernimento e degli effetti delle proprie azioni. E io ringrazio questi uomini.
A NORD là dove rimangono le ceneri della Prima Donna bruciata dagli uomini del Patriarcato in preda alla Gelosia, ci sono i nuovi uomini che cantano ai fantasmi e respirano i segreti della vita ciclica e del Cambiamento. E io ringrazio questi uomini.
Al CENTRO là dove giace la Prima Donna senza Storia, sfinita dall’Annientamento della mente patriarcale che ogni cosa ha diviso, ci sono le nuove donne e le vecchie donne intorno all’Albero della Vita, Madre di Ogni cosa, Nutrice che congiunge il cielo con la terra. I nuovi uomini non fuggono, si siedono sulle Radici e raccolgono le mille perle disperse in mezzo all’erba, onorando la legge della Madre. E io ringrazio questi uomini.
Postfazione di Morena Luciani Russo al libro “Per non Condannare a Morte l’Amore” di Mario Bolognese.
Testo liberamente ispirato alla pratica delle 5 Dakini nella versione di Vicki Noble.